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Cambia la tua visione del mondo informandoti davvero

Ogni mattina, prima ancora del caffè, milioni di persone aprono il telefono e si sottopongono a una quotidiana dose di terrore. Un attentato, una guerra, un omicidio, un crollo dei mercati, una pandemia che arriva, un’altra che torna. Oppure cercano distrazioni: l’ultima tendenza dei vip, la storia d’amore del momento. Lo fanno credendo di “tenersi informati”: in realtà, stanno solo facendo scorta di ansia e paure, un clic dopo l’altro, fino a convincersi che ogni giorno il mondo sia un posto irrimediabilmente peggiore di quello precedente. Non è un’impressione casuale, ma il risultato di un meccanismo preciso. Un meccanismo al quale noi de L’Indipendente abbiamo deciso di non piegarci.

In termini di vendita, le notizie negative funzionano meglio. Catturano l’attenzione, generano clic, vendono pubblicità. I media mainstream lo sanno da decenni e hanno costruito attorno a questo principio l’intera architettura dell’informazione contemporanea. I governi lo sanno altrettanto bene: la paura diffusa è un formidabile strumento di controllo. Una popolazione ansiosa, convinta che il mondo sia sull’orlo del baratro, chiede protezione, accetta misure eccezionali, si fida più facilmente di chi promette ordine. La paura non crea solo rassegnazione: produce obbedienza. Il risultato: intere generazioni cresciute con la certezza che l’umanità stesse inesorabilmente scivolando verso il baratro. Ma i dati, quelli veri, raccontano spesso un’altra storia.

In questo contesto, la vera differenza non sta nello scegliere se informarsi o meno, ma nel capire come farlo. Un esempio concreto sono gli articoli di consumo critico, una delle rubriche storiche de L’Indipendente. Qui sveliamo come dietro alle campagne di educazione alimentare di certe multinazionali si nascondano interessi commerciali miliardari, come le etichette dei cibi spesso possano trarre in inganno, come un gran numero di marchi sostenga economicamente l’occupazione militare della Palestina. Ma anche che esistono strumenti concreti per difendersi da tutto questo, come il boicottaggio. Un lettore che incrocia questi articoli prima di fare la spesa non sta solo “leggendo una notizia”: sta cambiando, riga dopo riga, il proprio carrello, la propria alimentazione, il proprio impatto sul mondo.

Lo stesso vale per chi si informa su come [1] viaggiare in modo diverso, su quali destinazioni stanno costruendo economie più giuste, su quali pratiche di turismo lento permettono di conoscere un territorio invece di consumarlo. Vale per chi scopre che la depenalizzazione della cannabis ha portato risultati [2] misurabili, che esistono politiche capaci di restituire dignità senza bisogno di annullare diritti. Ogni articolo di questo tipo non è un’informazione in più: è una decisione diversa, presa con più consapevolezza.

È per questo che è nata, anni fa, la rubrica delle buone notizie. E, più di recente, il libro [3] Il mondo che migliora, frutto del lavoro della redazione. Nessuno dei due è un contentino per addolcire la pillola dopo una giornata di notizie pesanti. Sarebbe un’operazione tanto facile quanto disonesta. Il punto non è sostituire una narrazione distorta con un’altra, uguale e contraria, ma restituire la complessità che manca: raccontare anche ciò che funziona, le vittorie dei movimenti dal basso, le politiche pubbliche che hanno cambiato la vita delle persone, i territori che hanno saputo riprendersi un pezzo di sovranità. Senza nascondere le contraddizioni o fare propaganda del progresso. Lo stesso principio, applicato a temi diversi, ha portato alla pubblicazione [4] di Boicottare Israele, una guida pratica per colpire con il consumo critico le radici economiche dell’occupazione della Palestina, e di Epstein Files, il primo lavoro [5] in lingua italiana per ricostruire in modo organico cosa raccontano davvero i milioni di documenti desecretati, al di là del singolo nome scandalistico.

E qui arriva l’ultimo pezzo, quello più importante. Niente di tutto questo nasce da solo: il cambiamento arriva sempre da chi decide di mettersi in gioco, di perseverare, di costruire insieme ad altri qualcosa che da soli sarebbe stato impossibile. Vale per chi boicotta un marchio, per chi firma una petizione, per chi sceglie un trekking lento invece di un volo last minute, e anche per chi, semplicemente, decide ogni giorno da chi farsi raccontare il mondo. Noi de L’Indipendente abbiamo fatto una scelta [6] di campo ben precisa: siamo l’unica testata generalista che, oltre a rifiutare i finanziamenti pubblici ai giornali, non accetta nemmeno pubblicità. Viviamo grazie agli abbonati e a chi acquista i nostri libri. Secondo noi, questa è l’unica via per difendere fino in fondo la nostra libertà e la nostra indipendenza.

Scegliere la disinformazione può essere una tentazione, ma non è la soluzione. In un periodo storico che sembra offrire più motivi per distogliere lo sguardo che per analizzare ciò che succede in profondità, il rimedio sta nello scegliere cosa mettere a fuoco. Un’informazione che restituisca il reale stato delle cose con l’obiettivo di indurre il cittadino a pensare criticamente, a essere parte attiva della comunità, non a consumare passivamente. Per cambiare la visione del mondo e mantenere in forma, oltre che il fisico, anche il cervello.