Dopo due scioperi generali e sei mesi di mobilitazione popolare, la riforma liberista del lavoro del premier portoghese Luís Montenegro è stata affossata in Parlamento. Le opposizioni hanno votato compatte, rendendo insufficienti i voti dei partiti che sostengono il governo, appoggiato da una minoranza parlamentare. Mentre in Parlamento il “Jobs Act” portoghese veniva respinto, fuori dall’Aula migliaia di persone prendevano parte alla manifestazione indetta dalla Confederazione Generale dei Lavoratori Portoghesi (CGTP), il principale sindacato del Paese. L’indebolimento della contrattazione collettiva e la compressione del diritto di sciopero costituivano due pilastri della riforma, segnata da precarietà, deregolamentazione e bassi salari.
La riforma del lavoro del primo ministro portoghese Montenegro è stata bocciata dal parlamento lo scorso 19 giugno. In sede di votazione, solo i 91 parlamentari della coalizione di governo e nove membri del partito Iniziativa Liberale hanno appoggiato il disegno di legge, mentre il resto della camera – formata in totale da 230 seggi – ha votato contro, dalla destra radicale di Chega al Partito Socialista. Dopo l’esito, il primo ministro Montenegro ha invece accusato i partiti di opposizione di avere affossato la riforma facendo fronte comune per mero calcolo politico, rivendicando le proposte contenute nel pacchetto lavoro. «Il Portogallo ha perso una grande opportunità per avere un’economia più competitiva, ma non ci arrenderemo», ha detto ai giornalisti mentre si trovava a Bruxelles; Montenegro ha affermato che le intenzioni e le proposte del governo «restano intatte» e che verranno riproposte «al momento giusto e nel modo appropriato».
Mentre Montenegro vedeva la propria riforma del lavoro cadere, dalle tribune del Parlamento è partito un lungo applauso da parte dei sindacalisti e dei manifestanti presenti in Aula per osservare lo svolgimento delle votazioni: «La sconfitta del pacchetto di proposte per il lavoro è merito di coloro che non si sono mai arresi. Sono stati i lavoratori ad avere raggiunto questo risultato», ha affermato [1] il segretario della CGTP, commentando la bocciatura del decreto lavoro in Parlamento. Secondo il segretario, è insomma la mobilitazione dei lavoratori ad avere comportato la bocciatura della riforma: un ingente sollevamento popolare culminato in due scioperi generali, i primi dopo 12 anni. Il primo grande sciopero [2] si è tenuto lo scorso dicembre e ha visto sollevarsi decine di migliaia di lavoratori in tutto il Paese. Le manifestazioni sono state generalmente pacifico, ma in diversi casi hanno mandato in tilt i trasporti locali, forzato la chiusura degli uffici pubblici e provocato la cancellazione di corse di treni e voli. Al primo sciopero ve ne è poi seguito un secondo, tenutosi il 3 giugno, a ridosso della votazione finale.
La riforma Montenegro è stata contestata sin dal suo concepimento. Essa prevedeva una drastica riduzione dei diritti dei lavoratori e un generale aumento della liberalizzazione del lavoro. Tra le proposte, quella di limitare le agevolazioni orarie che le donne possono richiedere durante il periodo di allattamento, la riduzione del congedo per lutto in caso di interruzione di gravidanza, ma anche una riduzione del diritto allo sciopero e degli ingressi e dei contatti dei sindacati con i lavoratori nei luoghi di lavoro. In generale, erano previste norme che – secondo i sindacati – avrebbero reso più precari e meno tutelanti i contratti di lavoro indebolendo la contrattazione collettiva: la riforma prevedeva un aumento del numero delle ore lavorative senza un conseguente aumento di stipendio e consentiva alle aziende di disporre legalmente di 150 ore di straordinari non pagati; sul fronte occupazionale, invece, allentava le restrizioni all’esternalizzazione e semplificava le procedure di licenziamento, compreso per quello senza giusta causa.