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In Albania le proteste sono ormai contro l’intero sistema politico

«Rama in prigione, Berisha in prigione». I nuovi cori del popolo albanese lasciano poco spazio a interpretazioni: le proteste contro il governo si sono estese a tutta la classe politica. A riportarlo sono gli stessi quotidiani albanesi, che analizzano le posizioni del Partito Democratico, guidato dal leader dell’opposizione Sali Ram Berisha, in merito alle dimostrazioni che ormai da settimane scuotono il Paese. Da quanto riportano i media albanesi, il leader del PD ha inizialmente appoggiato il progetto di costruzione del resort di lusso nelle aree protette albanesi, per poi schierarsi con i manifestanti; le piazze contestano il dietrofront di Berisha, e iniziano a chiedere un più generale cambio di sistema nel Paese e le dimissioni dell’intera classe politica. Quello che è sorto come un iniziale moto di protesta contro la svendita delle terre albanesi è gradualmente diventato una rivolta antisistema, che oltre a un cambio dei rappresentanti chiede la stesura di una nuova costituzione da approvare tramite referendum popolare.

Le proteste in Albania vanno ormai avanti da oltre un mese, ma sono arrivate a Tirana in un ampio sollevamento popolare 24 giorni fa. Sorte come moto di protesta contro la costruzione [1] di un resort di centinaia di ettari nell’area protetta di Vjosa-Narta da parte del costruttore statunitense e genero di Trump Jared Kushner, si sono presto trasformate in una vera e propria rivolta [2] antigovernativa. Coi giorni, quella che ha preso il nome di “Rivoluzione dei Fenicotteri” – dall’animale che abita la riserva naturale interessata dal progetto, presto diventato simbolo della protesta – ha iniziato a strutturare meglio le proprie richieste, finendo per chiedere al governo interventi strutturali e, soprattutto, le dimissioni del primo ministro Edi Rama e del suo governo. Sebbene non siano ancora stati raggiunti i risultati sperati, la protesta non ha ancora subito reali defezioni e, anzi, il 20 giugno si è registrata la più imponente marcia dall’inizio delle mobilitazioni, con 250mila manifestanti che hanno sfilato in corteo a Tirana dalla centrale piazza Scanderbeg, principale centro di aggregazione urbano nonché maggiore piazza cittadina dei Balcani per estensione, verso la sede del governo.

Attorno a quella data, un coro già utilizzato nelle settimane passate ha iniziato a venire impiegato in maniera strutturata: “Berisha in prigione!”.  Sali Ram Berisha è una figura di spicco nella politica albanese sin dalla sua proclamazione di indipendenza nel 1991. Il suo recente appoggio alle proteste è visto come opportunista e motivato politicamente, specie visto il suo iniziale sostegno al progetto di Kushner; le proteste antigovernative si sono, insomma, trasformate in antisistema, finendo per includere nelle critiche e nelle richieste di dimissioni anche i rappresentanti dell’opposizione e – più in generale – l’intera classe politica. È, riportano i quotidiani [3] albanesi, la prima volta dopo decenni che la più grande forza di opposizione non solo non ha un ruolo da protagonista nella protesta, ma viene accusata da una parte dei manifestanti come parte dell’impianto politico da abbattere.

Ieri, lunedì 22 giugno, questa svolta antisistema delle proteste ha iniziato a prendere una forma concreta. I manifestanti hanno diffuso un comunicato, ripreso dai media [4] albanesi, in cui presentano una lista programmatica di richieste al governo strutturata su cinque punti: le dimissioni «non negoziabili» del Primo Ministro e del governo; l’istituzione di un governo tecnico transitorio, apartitico, con mandato di 12 mesi; emendamenti costituzionali basati sul principio dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge che introducano un limite di due mandati alla carica di primo ministro e modifiche al codice elettorale e alla legge sul finanziamento dei partiti; l’annullamento delle leggi e degli emendamenti che hanno aperto alla svendita delle aree protette; un «nuovo contratto sociale tra cittadini e Stato» da redigere «previa consultazione di intellettuali, tecnici e cittadini apartitici, proposti dalla piazza della protesta». I cittadini chiedono che la nuova costituzione venga approvata tramite referendum popolare. «Queste sono le nostre richieste chiare, legittime e non negoziabili, emesse dalla voce dei cittadini e dalla volontà del popolo sovrano», chiosa il comunicato. «Rimaniamo impegnati sulla via della protesta pacifica, democratica e civile fino alla loro realizzazione».

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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.