Il 25 giugno i fari della salute pubblica e dei comitati civici saranno puntati sul Tribunale di Alessandria. Davanti alla Giudice dell’Udienza Preliminare Arianna Ciavattini si consumerà un atto decisivo: porre le basi per ottenere un po’ di giustizia o firmare la pietra tombale sul secondo processo contro il colosso chimico Solvay (oggi Syensqo). Il caso riguarda l’inquinamento da PFAS nel polo alessandrino di Spinetta Marengo, per il quale due ex dirigenti dell’azienda sono accusati di disastro ambientale colposo. La tensione che accompagnerà l’udienza è figlia di quanto accaduto nelle scorse settimane. Il 4 giugno, gli avvocati della società hanno tentato la carta della derubricazione: declassare il già circoscritto reato di disastro ambientale colposo (che prevede pene fino a 5 anni) a inquinamento ambientale colposo (punito con pene più lievi). Comunque sia, le class action sono già pronte, sia quella risarcitoria del danno sia, soprattutto, quella inibitoria per impedire il proseguimento delle attività presso lo stabilimento, che risultano ancora in corso.
La difesa della multinazionale descrive il danno sul territorio come circoscritto, reversibile e non pericoloso per la salute pubblica, e sostiene che non ci sarebbe stata volontà di inquinare ma una semplice «negligenza». Tale tesi è stata rigettata immediatamente dal nuovo Pubblico Ministero, Enrico Arnaldi di Balme, e definita «indecente» dai comitati territoriali, i quali, forti di 11 esposti precedentemente depositati, chiedono piuttosto il riconoscimento del disastro doloso (con pene superiori ai 15 anni). Come dice Lino Balza, giornalista e storico attivista, il timore dei cittadini è che si ripeta il copione del primo storico processo del 2015: allora, nonostante i faldoni dell’accusa traboccassero di intercettazioni e prove di un avvelenamento doloso delle acque, il Tribunale derubricò il dolo in colpa, risolvendo il caso in condanne cosmetiche per tre direttori di stabilimento. Con la derubricazione a inquinamento colposo, la pena rischierebbe infatti di ridursi a una manciata di mesi di reclusione. Una sanzione che, attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento, potrebbe essere sostituita o comunque attenuata fino ad assumere, agli occhi dei cittadini e dei comitati, il valore di una mera sanzione economica.
Eppure la Cassazione, nel 2020, era stata categorica: lo stabilimento avrebbe dovuto fermarsi per impedire ai veleni di raggiungere la falda idrica. Al contrario, la produzione di PFAS è proseguita e si è potenziata, mentre le centraline ARPA continuano a registrare nell’aria e nell’acqua la presenza di composti chimici come il cC6O4, l’ADV e persino il dismesso PFOA, a fronte di «piani di caratterizzazione» aziendali giudicati del tutto insufficienti. Lo spettro che aleggia sull’udienza del 25 giugno è il patteggiamento o l’accesso al rito abbreviato. Strumenti legali nati per reati minori che, applicati a un disastro sanitario e ambientale di questa portata, si tradurrebbero in uno sconto di pena fino a un terzo (o più) e nell’estinzione del reato, così come nell’azzeramento del dibattimento pubblico. Un vero colpo di spugna sulle spalle delle vittime e del territorio.
«Decenni di inquinamento non si monetizzano, si bonificano»; «Le istituzioni non patteggino, vadano avanti con il processo»; «Non esiste assegno che possa compensare i PFAS nel sangue». Sono alcune delle frasi pronunciate dagli attivisti o scritte sui cartelloni delle organizzazioni che da anni portano avanti la battaglia per la salute pubblica e l’ambiente. La rabbia del territorio si sta traducendo in un’offensiva civile. Lino Blaza, giornalista e storico attivista, ha confermato che sono già pronte le class action, sia quella risarcitoria, del danno subito, che, soprattutto, quella inibitoria, che mira a porre fine alle produzioni che emettono PFAS. Quest’ultima sarà depositata a breve e saranno rese note le modalità di adesione.
La peculiarità del caso di Spinetta Marengo sta nel fatto che l’azienda è ancora in attività. Se da altre parti, come in Veneto, le cose stanno procedendo diversamente è perché la produzione è cessata e le class action sono state solamente di carattere inibitorio. In Piemonte la fonte di emissione dell’inquinamento non si è mai fermata. Per la class action risarcitoria occorrerà dunque più tempo, perché mancano la deposizione di centinaia, migliaia, di cartelle cliniche e altri dati utili alla quantificazione monetaria del danno. Come sottolinea Balza, tuttavia, a Spinetta Marengo è anzitutto necessario fermare la produzione di inquinanti che, indisturbata, sta ancora procedendo.