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Il Festival più grandioso di tutti al quale non andrà nessuno

Il 6 gennaio del 1995 McArthur Wheeler e Clifton Earl Johnson, due 40enni di Pittsburgh, Pennsylvania, decisero di rapinare due banche. Si presentarono nelle filiali, minacciarono i dipendenti con delle pistole, si fecero dare i soldi e scapparono via. Furono arrestati nel giro di poche settimane. Non fu difficile identificarli. Durante le rapine erano entrambi a volto scoperto. Quando la polizia mostrò a Wheeler le immagini delle telecamere che mostravano la sua faccia in bella vista, l’uomo rimase scioccato ed esclamò: «Ma avevo usato il succo di limone!!»

Il ragionamento, nella sua testa, non era campato per aria. Il limone funziona come inchiostro simpatico, scompare e riappare con il calore, quindi perché non dovrebbe funzionare anche contro l’obiettivo di una telecamera? A supporto della sua teoria aveva seguito scrupolosamente il metodo di osservazione e verifica alla base di tutte le scoperte scientifiche moderne: si era spalmato del limone in faccia, aveva preso una polaroid e si era scattato una foto. Il risultato gli era sembrato soddisfacente, probabilmente perché aveva rivolto l’obiettivo dalla parte sbagliata. A quel punto non aveva bisogno di altre conferme per lanciarsi verso la sua nuova carriera professionale.

Dopo l’arresto, la storia di Wheeler e Johnson finì sui giornali locali e giunse all’orecchio di David Dunning, professore di psicologia alla Cornell University. Dunning rimase colpito non tanto dalla stupidità del piano quanto da qualcos’altro: dalla sicurezza con cui Wheeler lo aveva eseguito. Non c’era nulla, nei suoi comportamenti, che suggerisse il minimo dubbio. Si era spalmato del limone in faccia ed era entrato in banca convinto di essere invisibile. Qualcosa, nel meccanismo con cui quell’uomo valutava le proprie capacità, si era inceppato in modo radicale. Affascinato da tale imbecillità, Dunning si era messo a studiare il fenomeno e, nel 1999, aveva pubblicato, assieme al collega Justin Kruger, uno studio che prese il nome di Effetto Dunning-Kruger. La tesi è questa: le persone incompetenti in un determinato campo tendono a sopravvalutare le proprie capacità, e lo fanno proprio perché sono incompetenti. «Se Wheeler era troppo stupido per essere un rapinatore di banche – scrissero – forse era anche troppo stupido per sapere di essere troppo stupido per essere un rapinatore di banche». Wheeler, insomma, era un coglione. Un coglione diagnosticato.

Stacco. Reggio Emilia, anno 2026.

Yari Milani, imprenditore 42enne che normalmente si occupa di matrimoni, decide di organizzare il festival musicale più grande d’Italia. Si chiama Hellwatt. Viene presentato a febbraio. Si dovrebbe tenere a luglio. I nomi annunciati sono effettivamente clamorosi: Kanye West, Travis Scott, Rita Ora, DJ Snake e tantissimi altri. Roba da trecentomila persone. Più del Primavera Sound di Barcellona, il doppio dell’intera popolazione di Reggio Emilia. Un festival grandioso, «Il più grandioso di tutti», dirà lo stesso Milani. Il comunicato stampa è scritto con una certa sicumera. Mappe dell’area, rendering dei palchi, loghi degli sponsor. Tutto sembra calcolato alla perfezione, almeno a parole. Alle conferenze stampa Milani si presenta con la disinvoltura di un veterano del settore, anche se il suo settore, fino a quel momento, erano stati i ricevimenti di nozze e le feste aziendali. I giornalisti fanno domande. Come si organizza dal nulla, in pochi mesi, un evento del genere? Chi gestisce un colosso logistico simile senza alcuna esperienza pregressa? Chi ci mette i soldi, e soprattutto, come verranno recuperati? Milani risponde con la stessa sicurezza con cui Wheeler, il rapinatore di banche invisibile, aveva risposto alla polizia. Nel frattempo i biglietti vengono messi in vendita.

I nodi, tuttavia, arrivano al pettine nel giro di pochi mesi. Le prevendite non vanno come sperato. Le conferme degli artisti tardano ad arrivare. I costi lievitano. A maggio Milani viene cacciato da C.Volo, la società che gestisce la RCF Arena, con l’accusa di gestione approssimativa. Il festival cambia nome due volte nel giro di una settimana, come se fosse quello il problema. Il 29 maggio la prefettura annulla per motivi di sicurezza i concerti di Travis Scott e Kanye West. L’8 giugno vengono cancellate anche le ultime tre date rimaste. Fallimento totale. Tutto finito. Il festival più grande della grandiosa grandiosità non si tiene più.

I biglietti venduti erano quasi 100mila su 300mila previsti. Tutti da rimborsare. I costi sostenuti da C.Volo ammontano ad almeno dieci milioni di euro solo per gli anticipi dei cachet degli artisti, a cui vanno aggiunti scenografie, allestimenti tecnici e tutto il materiale già acquistato. I sindacati chiedono chi pagherà il conto. Nel frattempo Milani, da qualche parte, continua a sostenere che il festival si farà lo stesso. Un avviso nella pagina Instagram dell’Hellwatt invita ancora adesso chi ha acquistato il biglietto a conservarlo, perché sarà valido per l’edizione del 2027. Che a questo punto si potrebbe tenere, perché no, nello spazio.

Insomma, milioni di euro buttati, per un festival mastodontico che, fin dall’inizio, aveva i connotati di una clamorosa operazione speculativa. Se si fosse realmente tenuto avrebbe seguito, con molta probabilità, le stesse dinamiche sadiche con cui spesso si tratta il pubblico ai grandi “eventi dal vivo” in Italia. Prezzi dei biglietti alle stelle, ore di fila per entrare e ogni minuto all’interno dell’area che diventa un’occasione per spogliare i fan di tutti i loro averi. Acqua in bottiglia a cinque euro. La birra a dodici. Il panino che sembra fatto con ingredienti selezionati da chi non ha mai mangiato un panino. Il tutto consumato in piedi, sotto tensostrutture che moltiplicano il caldo, aspettando un artista che salirà sul palco con novanta minuti di ritardo perché è così che funziona, perché tanto voi non andate da nessuna parte e lo sappiamo entrambi. Un modus operandi che in Italia sembra ormai diventato la regola, che il tuo nome sia Yari Milani, Kanye West o Cesare Cremonini. Però hey, guarda che bella passerella abbiamo montato. A proposito, li vuoi dei token? Li vendiamo in blocchi da 36.

Nel frattempo, mentre Yari Milani elaborava il suo piano per il festival più grandioso del mondo, dall’altra parte della Manica una band gallese di sette persone stava compilando un foglio Excel per capire se quest’estate avrebbe potuto permettersi di andare in tour.

I Los Campesinos! esistono da vent’anni. Suonano indie-rock. “Indie” nel senso letterale del termine: etichetta autogestita, dischi autoprodotti. No baffetti e cappellini. Non sono una band che riempie gli stadi, ma negli anni si sono costruiti un seguito più che dignitoso: 500mila ascoltatori mensili su Spotify e concerti in club di medie dimensioni regolarmente sold out. La prova più recente è So Close to Heaven, disco dal vivo pubblicato lo scorso anno, registrato durante due serate al Troxy di Londra davanti a un pubblico che conosceva ogni parola di ogni canzone. Una band, insomma, che funziona. Solo che funzionare, per una band come questa, non significa necessariamente guadagnare.

Ogni tanto i Los Campesinos! pubblicano [1]sulla loro newsletter i conti reali dei tour. Non i comunicati stampa, non le interviste in cui si dice che è stato tutto bellissimo: i numeri. Le uscite, le entrate e il risultato finale scritto nero su bianco. Il resoconto della loro ultima tournée negli Stati Uniti è un piccolo capolavoro di contraddizione masochista. Undici date, tutte sold out tranne una. Tredicimila biglietti venduti a prezzo volutamente contenuto. Risultato: ci hanno quasi rimesso i soldi.

Uno dei concerti sold out a Chicago

Il problema non è il pubblico, che c’è e paga. Il problema è la catena infinita di costi che si accumula prima ancora di salire sul palco. I visti di lavoro americani, i voli, l’autobus a noleggio, la strumentazione, le commissioni all’agente, le ritenute fiscali, le spese impreviste. Undici date con il pienone e la voce “concerti” che chiude in rosso. A salvare il tour è stato il banchetto delle magliette, che ha generato quel piccolo introito extra senza il quale l’intera operazione sarebbe economicamente insostenibile. Il margine, però, si assottiglia ogni anno di più.

«Ormai è opinione diffusa che il settore della musica dal vivo sia in rovina per il 99% di noi», hanno scritto i Los Campesinos! pubblicando questi numeri. Il restante 1% della musica, nel frattempo, sta incassando miliardi. Beyoncé guadagna 340 milioni dal suo ultimo tour. Coldplay e Oasis insieme arrivano quasi al miliardo e, in Italia, l’Hellwatt Festival butta via decine di milioni per un evento che non si terrà mai. Da un lato c’è chi vende tredicimila biglietti e chiude in rosso, dall’altro chi riempie gli stadi e stabilisce nuovi record ogni stagione. La concentrazione della ricchezza si applica evidentemente anche alla musica dal vivo. Con la stessa spietata precisione.

I Los Campesinos!, tuttavia, nel parlare della tournée statunitense, hanno chiuso il loro resoconto con queste parole: «Per noi andare in tour è costoso e comporta molti rischi finanziari, ma è comunque possibile, seppur in minima parte. Non è tanto il piccolo guadagno a renderlo gratificante, quanto il nostro amore e la nostra passione per suonare dal vivo e viaggiare insieme».

La forza della musica. L’energia di chi suona dal vivo e di che va ai concerti. Una passione che non torna mai del tutto in pari. Ma in fondo chissenefrega. I Los Campesinos! stanno già compilando il foglio Excel per il prossimo tour. Con molta probabilità ci rimetteranno ancora qualcosa. Con molta probabilità lo faranno lo stesso. Nel frattempo Yari Milani sta ancora cercando i soldi per rimborsare centomila biglietti venduti. Chissà che non gli convenga procurarsi del succo di limone.

Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online

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Fulvio Zappatore

Nato a Cesena nel 1984, muove i primi passi nel giornalismo scrivendo articoli per la stampa locale. Dopo la laurea in Storia contemporanea diventa professionista e inizia a dedicarsi anche al giornalismo televisivo. Per L’Indipendente scrive di musica ed è corrispondente dall’Emilia-Romagna.