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Valsesia: la valle del Piemonte che sta diventando una colonia israeliana

Da Borgosesia a Varallo, passando per Cravagliana e Scopello, le valli piemontesi stanno conoscendo una rinascita demografica al quanto particolare. Al centro di questa trasformazione c’è “Progetto Baita”, un’iniziativa che ha già portato in Valsesia oltre ottanta nuclei familiari israeliani, circa 250 persone (con più di 400 soci registrati) decisi a intraprendere una nuova vita e investire in un territorio fino a poco tempo fa segnato dallo spopolamento. Sulla carta, ci troviamo di fronte a una storia di puro pragmatismo amministrativo e accoglienza, spesso incorniciata sotto l’etichetta di vero e proprio “Modello Varallo”. Eppure, osservando la dinamica attraverso le lenti delle attuali relazioni di potere internazionali, emergono profonde storture morali e politiche. 

Il racconto predominante nei media si concentra sulla salvezza dei borghi e sulla fuga di persone stanche della tensione della guerra. Ugo Luzzati, ideatore del progetto, racconta [1] così la genesi dell’iniziativa: «Venivo con la famiglia in Valsesia per le vacanze. Ma ad un certo punto ho iniziato a passarci sempre più tempo, fino a trasferirmi. Il mio paese è cambiato, si è rotto qualcosa. La riforma giudiziaria del ’23 ha spaccato Israele». È stato poi il precipitare degli eventi in Medio Oriente a trasformare questa migrazione in un esodo strutturato. «Dal 7 ottobre in poi la nostra associazione ha avuto un ruolo fondamentale», ha precisato [2] Luzzati, rimarcando il bisogno di allontanarsi dall’escalation bellica. Dall’altra parte, le amministrazioni locali del Vercellese abbracciano l’arrivo di queste persone, e dei loro capitali, con evidente entusiasmo, oscurando il peso geopolitico di questo trapianto demografico. Il sindaco di Varallo Sesia, Pietro Bondetti, celebra orgogliosamente l’impatto [1]: «Classi così affollate non si vedevano dagli anni ’60. Prima del loro arrivo era una zona a rischio desertificazione demografica. Oggi siamo rinati». 

Una narrazione corale, che unisce le istituzioni nella celebrazione di famiglie che arrivano in cerca di una vita tranquilla e serena, lontana dai pericoli della guerra, come raccontato [2] sul sito della Comunità ebraica di Milano. La stessa Comunità che, per bocca della sua vicepresidente, Dalia Gubbay, ha espresso profonda preoccupazione per il clima di crescente ostilità e antisemitismo che si respirerebbe in Italia e in Europa. «Ogni volta è peggio. Mi ritengo una donna con le spalle forti, ma quando ne parlo mi viene un po’ il magone. Ci sono dei momenti in cui ci sentiamo veramente come negli anni ’30, alcune cose sono molto, molto simili, troppo simili», ha detto [3] Gubbay. La stessa Comunità che condanna le violenze perpetrate agli attivisti della flottiglia, altresì condannando come provocatoria l’azione degli stessi attivisti. «Difendere Israele significa anche pretendere che le sue istituzioni agiscano sempre nel rispetto della dignità umana, del diritto e dei valori democratici», ha detto Walker Meghnagi, Presidente della Comunità Ebraica di Milano, in merito alle vicende che hanno visto Israele attaccare la flottiglia. Eppure è la stessa comunità che etichetta come antisemiti tutti coloro che criticano Israele, le sue politiche e la sua ideologia sionista, come l’ANPI, che per bocca del suo Presidente, Gianfranco Pagliarulo, ha promesso [4] querele. 

Luzzati spiega [5] la scelta dolorosa che li ha accompagnati, parlando di come in Israele sia finita la democrazia, di un processo irreversibile che porterà alla caduta di Israele stessa. Dice però che non vogliono etichette e che non sono dissidenti. Molti dei nuovi residenti sono liberi professionisti. Come precisato [1] da Ugo Luzzati, quasi tutti i nuovi arrivati sono laureati e ricoprono posizioni di rilievo: medici, farmacisti, ingegneri e informatici. Alcuni stanno provando ad inserirsi nel mondo del lavoro locale. Ma come spiega sempre Luzzati, molti continuano a lavorare in Israele (e con la sua economia di guerra) da casa, sulle montagne piemontesi, in smart working. L’ideatore di Progetto Baita, ha anche affermato: «Pensiamo a un polo accademico che si occupi di cyber security e Intelligenza artificiale in cui noi israeliani siamo fortissimi». E ne sanno qualcosa i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. Proprio il settore tecnologico della sicurezza e della difesa, con le sue conoscenze e il suo capitale, in collaborazione con le più prestigiose università del Paese, è un tutt’uno con lo Stato nel costituire la macchina israeliana dell’apartheid e della pulizia etnica.

Il nodo morale di questa vicenda risiede anche nel privilegio strutturale della mobilità. Questa nuova “terra promessa nel cuore della Valsesia” è accessibile esclusivamente a chi dispone di passaporti forti e risorse. Mentre i governi occidentali agevolano il diritto di questi cittadini di muoversi liberamente, acquistare rustici alpini e ottenere la fibra ottica ad alta velocità per i loro smart-working, la popolazione civile di Gaza subisce lo sterminio e un assedio ermetico, privata di acqua, ospedali e della minima via di scampo. Si naturalizza un’idea iniqua per cui la “fuga dalla guerra” è un diritto di lusso.

L’asimmetria è lampante proprio davanti alla realtà vissuta [6] da Varallo: la stessa comunità piemontese ha atteso invano l’arrivo di una singola famiglia palestinese in fuga. Tentativo fallito perché la famiglia in questione è rimasta intrappolata a Gaza, schiacciata dai bombardamenti continui e da un invalicabile sistema di visti negati. La riqualificazione di un pezzo d’Italia si fonda così su un privilegio alquanto spietato. Un contrasto che condanna i civili palestinesi al ruolo reiterato di vittime, confinati nella Striscia senza via d’uscita, mentre per coloro che si lasciano alle spalle lo Stato responsabile del loro massacro, pur lavorandovi da remoto, in smart working, le Alpi offrono accoglienza, sicurezza e lo spazio per un nuovo inizio.

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Michele Manfrin

Laureato in Relazioni Internazionali e Sociologia, ha conseguito a Firenze il master Futuro Vegetale: piante, innovazione sociale e progetto. Consigliere e docente della ONG Wambli Gleska, che rappresenta ufficialmente in Italia e in Europa le tribù native americane Lakota Sicangu e Oglala.