Una pioggia di petrolio si è abbattuta sulla periferia sud-est di Mosca dopo il vasto raid di droni ucraini che ha preso di mira la principale raffineria della capitale. L’attacco, il più pesante degli ultimi due anni sulla capitale, ha visto intercettare quasi 200 droni solo su Mosca e oltre 550 in tutto il Paese, causando incendi e ferendo diverse persone. La raffineria di Kapotnya, che fornisce il 40% del carburante della regione e rifornisce gli aeroporti, è stata colpita per la seconda volta in pochi giorni, interrompendo le attività. La Federazione ha attivato i dispositivi di sicurezza, modificando i percorsi delle linee di trasporto pubblico e interrompendo temporaneamente il traffico aereo. L’attacco ucraino si colloca sulla scia di una escalation militare che sta vedendo Kiev scagliare attacchi sempre più in profondità nel territorio russo; si attende, intanto, una eventuale rappresaglia russa, che nelle ultime settimane ha risposto agli attacchi di Kiev con raid altrettanto severi sulle città ucraine.
L’attacco ucraino è arrivato nella notte tra mercoledì e ieri, 19 giugno. Da quanto comunica l’agenzia di stampa governativa russa TASS [1] l’Ucraina avrebbe scagliato in totale 555 droni, di cui oltre 190 nella sola città di Mosca. L’attacco ha provocato diversi danni, abbattendosi sulla raffineria di petrolio di Mosca a Kapotnya, dove è esploso un incendio. Incendi anche a causa dei detriti dei droni, precisamente a Elektrostal e in un centro commerciale a Lyubertsy; sempre a Lyubertsy sono stati danneggiati due uffici, mentre a Zhukovsky un drone ucraino ha colpito un condominio, danneggiandolo e costringendo i residenti a evacuare. Gli attacchi hanno inoltre provocato la dispersione di prodotti industriali nell’aria e sollevato una nube nera su Mosca, che si è poi scatenata in una “pioggia di petrolio”. Le autorità russe hanno risposto avviando indagini e inviando le squadre di soccorso sui luoghi colpiti. Sono stati anche ridisegnati i percorsi dei trasporti di Mosca e quattro aeroporti nella regione della capitale – Sheremetyevo, Vnukovo, Domodedovo e Zhukovsky – hanno temporaneamente interrotto le attività; lo scalo di Sheremetyevo ha inoltre evacuato i passeggeri in aree sicure. Non è noto il totale dei feriti, ma i media ucraini menzionano dichiarazioni delle autorità russe e sostengono che sarebbero almeno 17, compresi due bambini.
Il numero di droni scagliati dall’Ucraina rende l’attacco di ieri il secondo maggiore attacco sulla Federazione degli ultimi due anni e il più ampio su Mosca. A detenere il primato assoluto rimane un attacco lanciato lo scorso 17 maggio, che avrebbe impiegato 556 UAV. Prima di quello odierno, il maggiore attacco di rilievo si è registrato il 6 giugno, quando, secondo il Ministero della Difesa russo, 376 droni ucraini sarebbero stati abbattuti e intercettati. In generale, nell’ultimo periodo l’Ucraina ha aumentato l’intensità dei propri attacchi: il 3 giugno, le difese aeree russe avrebbero abbattuto 354 droni ucraini, l’11 giugno 330 droni e il 10 giugno altri 326. L’attacco ad avere provocato più danni, tuttavia, è stato quello del 22 maggio, in cui Kiev ha preso di mira la regione del Lugansk: in quell’occasione, secondo la Federazione Russa, sarebbe stata colpita una scuola a Starobelsk, dove risiedevano prevalentemente ragazzi, anche minorenni; in seguito al bombardamento 21 ragazzi sarebbero stati uccisi e un’altra sessantina di giovani sarebbe rimasta ferita.
In seguito ai bombardamenti sulla scuola di Starobelsk, la Russia ha emanato un avviso [2] in cui ha chiesto a tutti i cittadini stranieri di lasciare la capitale ucraina e ai cittadini ucraini di rimanere lontani dai luoghi sensibili; il piano era quello di rispondere con una pesante rappresaglia, che effettivamente è arrivata nei giorni successivi. In generale, gli ultimi mesi sono caratterizzati proprio da questo scambio incrociato di attacchi ad alta intensità, che non paiono volersi fermare; secondo quanto apparso sui media internazionali, anche in occasione dell’attacco di ieri, le autorità russe – e precisamente il ministro degli Esteri Lavrov – avrebbero minacciato ritorsioni più dure sull’Ucraina.
Intanto, sul fronte diplomatico la situazione resta tesa. La Turchia continua a mostrare la propria disponibilità a ospitare eventuali negoziati tra le parti, mentre Putin e Zelensky alternano fasi in cui paiono volere organizzare un incontro ad altre in cui lo rigettano; in via generale, Zelensky preme per organizzare un incontro trilaterale in territorio neutrale. Bruxelles, invece, continua a tenere la linea di supporto totale all’Ucraina, emanando nuove sanzioni alla Russia; sul fronte politico, tuttavia, pare che si stia sbloccando qualcosa e – tra le divisioni dei vari Paesi – l’UE sta discutendo l’ipotesi di aprire un canale diplomatico diretto con Mosca. Giusto due giorni fa ha avuto particolare eco la notizia per cui lo staff del presidente del Consiglio dell’Unione Antonio Costa avrebbe sentito telefonicamente funzionari russi proprio nel tentativo di riavvicinarsi al Cremlino e aprire una via negoziale; la notizia non è stata confermata da canali ufficiali, ma le varie agenzie di stampa europee paiono darla ormai per certa.