A nulla stanno servendo le misure riparative e deterrenti che il governo di Rodrigo Paz sta mettendo in atto, tra rimpasti dei ministri, proposte di legge ritirate e stato di eccezione. Le proteste popolari in Bolivia non si arrestano, ma anzi assumono [1] i contorni di una vera e propria insurrezione. Le richieste sono esplicite: completa dimissione dell’intero esecutivo e ritorno alle politiche sociali in vigore prima che il governo neoliberista vincesse le elezioni. Negli scorsi giorni, il governo ha aperto al dialogo con i sindacati, invitando la COB (la Centrale Operaia Boliviana, il principale sindacato del Paese) al tavolo delle trattative. I leader sociali e contadini delle restanti sigle hanno tuttavia escluso qualsiasi forma di dialogo con il governo e messo in guardia la COB: qualsiasi accordo raggiunto con l’esecutivo Paz che non abbia l’esplicito accordo dei gruppi mobilitati sarà considerato nullo.
La COB è il principale sindacato del Paese, in passato vicino al partito fondato dall’ex presidente nativo Evo Morales, il Movimiento al Socialismo (MAS). Quest’ultimo è stato al potere per gli ultimi vent’anni di storia del Paese, fino a quando, sei mesi fa, il risultato [2] delle elezioni ha completamente rovesciato gli equilibri politici. Da allora, denuncia la COB, molte situazioni critiche per la Bolivia sono rimaste senza soluzione e stanno anzi continuando a peggiorare. Tuttavia, il segretario generale del sindacato, Mario Argollo, sembra aver aperto uno spiraglio di dialogo verso il governo, al quale ha inviato [3] una lettera che riassume in otto punti le condizioni necessarie alla pacificazione della Bolivia. Tra questi: la fine della criminalizzazione delle proteste e dello stato di eccezione; che non venga promossa alcuna «privatizzazione, capitalizzazione, concessione occulta né cessione diretta o indiretta di imprese pubbliche strategiche» a soggetti privati (nazionali o esteri) e il rifiuto di qualsiasi prestito da parte del Fondo Monetario Internazionale; la garanzia di stabilità del prezzo dei carburanti; la tutela del potere d’acquisto popolare e la tutela di parchi e aree protette dall’estrattivismo minerario e petrolifero.
Il governo ha accolto con favore l’apertura del COB, invitando [4] il sindacato al tavolo delle trattative. Le negoziazioni sono state inaugurate nella notte tra il 17 giugno e il 18 giugno e stanno andando avanti ancora oggi. Il primo incontro è stato tra lo stesso presidente Paz e Argollo. Pare che per ora il principale nodo da sciogliere riguardi una richiesta di immunità da parte del leader sindacale, che chiede al governo di bloccare una serie di ordini di arresto emessi dalla magistratura per fatti riguardanti proprio le proteste. Argollo chiede che l’immunità venga garantita a tutti i leader del movimento e che le persone arrestate vengano scarcerate. Davanti a tale richieste, «È stata istituita una commissione di avvocati del COB e del governo, insieme a una commissione di procuratori, che sta analizzando la situazione legale di ciascuno degli arrestati», ha spiegato il ministro del governo Marco Antonio Oviedo.
L’avvio dei tavoli non è piaciuto per niente alle altre sigle mobilitate in questi giorni. Aquilardo Caricari, leader degli Interculturali, ha criticato la COB, affermando che l’inizio dei colloqui con il governo mina la credibilità del sindacato, e aggiungendo che sarà da vedere «chi gli darà ascolto per far smobilitare la gente che è sulle strade». Di posizioni analoghe, Nelson Virreira, uno dei leader degli agricoltori e membro della rete contadina Túpac Catari, che ha chiesto ad Argollo di rimanere saldo ai «principi rivoluzionari» dell’organizzazione sindacale di cui è segretario, definendo l’invito al dialogo del governo un «inganno». Inizialmente pareva che anche Túpac Catari dovesse partecipare alle negoziazioni con Paz, ma alla fine la rete ha rifiutato i dialoghi e portato avanti le proprie richieste; così come Túpac Catari, anche parte dei dirigenti della CSUTCB (Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Contadini della Bolivia) si è distanziata da Argollo.
Le negoziazioni sono riuscite a calmare parzialmente le tensioni, ma la risposta dei leader dei sindacati ha ravvivato gli animi della protesta, arrivata oggi al 50° giorno consecutivo. Nonostante dall’avvio dei negoziati siano circa dimezzati di numero, ancora oggi sono attivi oltre quaranta blocchi [5] stradali, che stanno paralizzando la circolazione, mentre gli scontri violenti tra manifestanti e polizia non sono ancora terminati. Giusto una settimana fa, il governo ha promulgato [6] la legge 1740, che concede all’esecutivo poteri eccezionali che permettono sostanzialmente di fermare le proteste con la violenza.