Nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, tra Toscana e Romagna, l’Ente ha messo in consultazione una bozza di regolamento che apre, per la prima volta, a grandi prelievi idrici dai suoi fiumi. Diventerebbero dunque possibili nuove captazioni anche per i comuni esterni al perimetro del parco, sfruttando la deroga che la legge 394 del ’91 consente proprio attraverso il regolamento stesso. Nel versante romagnolo dell’area protetta esiste dai primi anni Ottanta la diga di Ridracoli: un invaso da 33 milioni di metri cubi, che ne distribuisce annualmente il doppio per dissetare la Romagna. Tre fiumi, tutti interni al parco, sono già utilizzati da Romagna Acque. Nel 2002 il Piano del Parco aveva fissato un confine netto: piccoli prelievi per i comuni interni, nessuna nuova diga, nessuna nuova grande derivazione. Un confine che la bozza, presentata alle amministrazioni poche settimane fa, prova ora ad aggirare. A denunciarlo è Enzo Valbonesi, primo presidente del Parco e oggi a capo del circolo Legambiente Alto Bidente, in una lettera [1] inviata nei giorni scorsi a L’AltraMontagna: un precedente che, scrive, riguarda anche tutti gli altri parchi nazionali italiani.
A spingere in questa direzione sono da anni Ravenna, Forlì, Cesena, Rimini e Confindustria Romagna, che in passato avevano chiesto a Romagna Acque di studiare un secondo invaso da almeno 20 milioni di metri cubi sul Rabbi o sul Bidente. Quell’ipotesi, per ora, non compare nel testo. Compare invece, secondo Valbonesi, la possibilità di intercettare corsi d’acqua che Romagna Acque non ha ancora toccato.
Nella consultazione avviata con i comuni, fa notare l’ex presidente, non sono stati forniti né i volumi di prelievo previsti né una stima del fabbisogno reale, e sull’impatto ambientale non si è detto nulla. Il territorio del parco rientra in Rete Natura 2000 e ospita cinque specie di anfibi e una di pesci protette dalla Direttiva Habitat. Mentre si discute di nuove derivazioni, sul litorale romagnolo Rimini si prepara ad autorizzare fino a una piscina per ogni due stabilimenti balneari: una coincidenza, annota Valbonesi, che dice molto sulle priorità in campo.
Il punto, per l’ex presidente, è che oggi nessun parco nazionale montano consente nei propri piani o regolamenti opere di grande derivazione: non lo fanno il Gran Paradiso, lo Stelvio, le Dolomiti Bellunesi, l’Abruzzo. «Il campanello d’allarme suona anche per gli altri parchi», scrive nella lettera: il precedente rischia di risvegliare appetiti rimasti, fino a oggi, sopiti altrove. La partita si chiuderà solo dopo il parere degli enti locali e l’intesa tra Ministero e Regioni; i cittadini hanno tempo fino a metà luglio per presentare osservazioni. Ad aggravare il quadro c’è una presidenza vacante da un anno e mezzo: il ministero ha proposto una terna di nomi – secondo indiscrezioni sarebbero tutti toscani e vicini a Fratelli d’Italia – bloccata dal mancato accordo tra le due Regioni interessate.
Il contrasto con quanto accade nel resto d’Europa è netto. Nel 2025 sono state smantellate [2] 602 barriere fluviali nel continente, il numero più alto mai registrato: +11% sul 2024, circa sei volte il dato del primo monitoraggio del 2020. Tre quarti delle opere rimosse erano alte meno di due metri e ormai inutilizzate; gli interventi hanno riconnesso 3.740 chilometri di fiumi, un contributo alla Nature Restoration Law europea, che punta a restituire almeno 25mila chilometri di corsi d’acqua al loro corso libero entro il 2030. In testa la Svezia, con 173 barriere rimosse, seguita da Finlandia e Spagna; per la prima volta hanno avviato progetti anche Islanda e Macedonia del Nord.
Dietro questi numeri c’è il crollo [3] dei pesci migratori d’acqua dolce, diminuiti in Europa del 75% dal 1970, complici circa 1,2 milioni di barriere artificiali che spezzano i fiumi del continente. In Italia il Po, che un tempo ospitava storioni e alose, ne conserva oggi popolazioni ridotte a fantasmi. È in questo scenario, di un continente che cerca di restituire i fiumi al loro corso libero, che un parco nazionale italiano discute di sbarrarne altri.
Finora a muoversi [4] pubblicamente contro la bozza è stata soltanto Legambiente, l’unica associazione che si è chiesta se la Romagna ha davvero bisogno di prelevare altra acqua dai suoi fiumi, o se non sarebbe più conveniente, per la natura e per le generazioni future, concentrarsi su delle alternative come la riduzione delle perdite nella rete idrica.