Lontano dai radar delle classifiche, dalle luci del grande mercato discografico e dai grandi eventi musicali da centinaia di euro a biglietto, esiste un sottobosco musicale vivo e fecondo. Quella che segue non è altro che una piccola lista di consigli per l’ascolto, per definizione personale e non esaustiva, che non include solo novità, aprendosi anche a produzioni musicali che hanno già qualche anno, ma poco conosciute. Ce n’è un po’ per tutti i gusti, anche se non è detto che incontri i gusti di tutti.
1. Molčat Doma – Ėtaži

Rendere celebre la dark-wave bielorussa in tutto il mondo. Facendo ballare l’universo dei social su testi che parlano di solitudine, dolore, morte e disperazione. È questa l’impresa, apparentemente improbabile, riuscita ai Molčat Doma, trio di Minsk cresciuto a sigarette, cemento armato e Joy Division. Il loro secondo disco esce nel 2018 senza particolare clamore, con tutte le carte in regola per restare confinato ai margini della scena musicale. Del resto, anche geograficamente, la Bielorussia non è mai stata esattamente al centro della mappa. E invece no. Nel 2020, complice l’algoritmo insondabile di TikTok, uno dei loro brani, Sudno, un pezzo cantato in russo che parla di un suicidio in ospedale, finisce a fare da sottofondo ai video di persone che ballano davanti all’architettura brutalista della ex Unione Sovietica. Un trionfo del disagio, ma in 4K. Il risultato è Ėtaži: un disco che oggi suona come un classico moderno del post-punk contemporaneo, capace di parlare a generazioni lontanissime tra loro senza mai cambiare espressione. Sempre serio, sempre grigio. Anche quando il mondo, inspiegabilmente, balla.
2. Flavio Giurato – Il Console Generale

Ascoltare Flavio Giurato significa prima di tutto ascoltare i sospiri con cui lega le parole delle sue canzoni. I suoi brani si fanno sempre più spogli con il tempo che passa, come se ogni disco fosse un progressivo svuotamento, una sottrazione ostinata di tutto ciò che è superfluo. Rimane l’ossessione, rimane la voce, rimane il ritmo interno di frasi che tornano, si piegano, si consumano su se stesse. Il Console Generale è il suo nuovo disco, uscito in sordina a inizio gennaio, così come in sordina sembrano sempre muoversi le sue canzoni. Questa volta, però, sono disposte con una precisione quasi matematica: otto tracce per l’ottavo album. Nel disco si incontrano le storie di otto personaggi diversi, figure isolate, chiuse ciascuna nella propria solitudine, eppure legate dalla musica. Sembrano viaggiare insieme senza mai davvero incontrarsi, come se condividessero lo stesso tempo e lo stesso spazio pur restando irrimediabilmente separati. Una visione che prende perfettamente forma nel brano che chiude il disco, Caravan, che non avrebbe sfigurato in Sirāt, il film di Oliver Laxe uscito pochi mesi fa in cui un gruppo di raver dispersi nel deserto cerca una direzione per la salvezza in un’atmosfera da fine del mondo. Nessuno sa dove sta andando, ma d’altronde, come canta Giurato, «solo se si parte eventualmente si arriva».
3. Flea – Honora

La notte dell’11 settembre 1987 il grandissimo bassista jazz Jaco Pastorius è morto come muore una rockstar: facendosi spaccare la testa da un buttafuori mentre, completamente ubriaco, tentava di entrare in un locale. Quasi 40 anni dopo il bassista dei Red Hot Chili Peppers, Flea, cerca di seguire le sue orme. Non morendo fuori da una discoteca, bensì dandosi a sua volta al jazz. Il suo primo album da solista è uscito il 27 marzo e, a giudicare dai singoli già pubblicati, segna un netto allontanamento dal suo stile più riconoscibile per abbracciare sonorità decisamente più intime. Il basso resta centrale, ma non è mai slappato né esibito: è una presenza costante e discreta, che sostiene assoli di tromba e tastiere dai toni notturni. A suonare con lui diversi ospiti di grande spessore come Nick Cave e Thom Yorke, quest’ultimo co-autore di uno dei brani che anticipano il disco, Traffic Lights. L’album si intitola Honora e, più che un debutto solista nel senso classico, sembra una libera uscita in territori diversi dal solito. Flea non cerca di reinventarsi, ma di spogliarsi. Di togliere un po’ di rumore e di dimostrare che, anche lontano dal funk e dal rock, il suo basso sa sempre trovare il ritmo giusto.
4. Twisted Teens – Blame the clown

Se esiste un luogo che incarna, più di ogni altro, l’evoluzione della musica americana, quel luogo è senza dubbio New Orleans. Eppure, negli ultimi tempi, proprio da lì sembrano arrivare poche novità degne di nota. A smuovere le acque ci pensano i Twisted Teens, duo che, almeno a un primo ascolto, pare discostarsi nettamente dall’eredità sonora della propria città. Niente trombe né sassofoni, né echi di parate funebri. Al loro posto, chitarre abrasive e riverberi che sembrano risalire da uno scantinato polveroso. Pubblicato a febbraio, il loro secondo lavoro Blame the Clown abbandona senza rimpianti il groove rilassato della Louisiana per abbracciare un’urgenza rock viscerale e nervosa. Eppure, è proprio nella loro essenzialità che i Twisted Teens trovano una cifra distintiva: in due soltanto, uno imbraccia una chitarra distorta e tagliente, l’altro una pedal steel che piega e dilata il suono, generando un contrasto sorprendente. Ne nasce una materia sonora ruvida, imperfetta, ma attraversata da una vena melodica inattesa, quasi struggente. Intorno a questo nucleo minimo, gravitano spesso musicisti diversi, presenze mobili che arricchiscono e mutano di volta in volta il paesaggio sonoro. È una scelta che, in fondo, tradisce un legame più profondo con la tradizione di quanto sembri: quello spirito collettivo e fluido che da sempre attraversa la musica del Mississippi, dove le identità si mescolano e le canzoni cambiano pelle a ogni incontro.
5. The Stone Roses – The Stone Roses

Maggio è un mese strano. È un mese che inizia e finisce, ogni anno, con la promessa di cambiare tutto senza però risolvere mai niente. Nel maggio del 1968 Parigi bruciava per le proteste degli studenti e qualcuno tra il fumo portava in tasca un limone da succhiare contro i lacrimogeni. Il maggio del 1989 quattro ragazzi di Manchester pubblicavano un disco con una copertina piena di limoni e un tricolore francese schizzato di vernice. Il collegamento non è casuale. Il cantante degli Stone Roses, Ian Brown, aveva fatto autostop e incontrato un vecchio manifestante del Sessantotto che girava ancora con un limone in tasca. Per abitudine, per nostalgia, o per entrambe le cose. Quel limone era finito dritto in copertina e nel testo di Bye Bye Badman, il loro brano più esplicitamente politico. Il 1989, del resto, era anch’esso un anno di soglie. Il Muro sarebbe caduto in novembre, il mondo stava cambiando. In quel loro primo album gli Stone Roses catturavano tutta l’eccitazione che si respirava a Manchester in quegli anni. Quasi quarant’anni dopo il disco non ha perso un grammo del suo peso specifico. Rimane uno di quegli album rari in cui tutto converge verso qualcosa che sembra inevitabile solo a posteriori. Come tutti i momenti di maggio.
6. Sun O))) – Sun O)))

C’è una domanda che lo psicologo canadese Albert Bandura si è posto per decenni: come fanno le persone, e le società, a compiere o tollerare azioni che in altri contesti giudicherebbero inaccettabili? La risposta, nella sua teoria del disimpegno morale, è semplice e agghiacciante: diluendo la responsabilità, disumanizzando le vittime, frammentando la catena causale fino a renderla invisibile. In altre parole: annebbiando la coscienza con abbastanza rumore di fondo da rendere impossibile distinguere il segnale. I Sunn O))) fanno esattamente questo. Solo che nel loro caso è un complimento. Il nuovo album eponimo del duo americano, il primo dal 2019, è un esercizio sistematico di dissoluzione. 6 tracce strumentali per 80 minuti di tempo nei quali le chitarre non suonano: si depositano. Entrano nel corpo prima che nella mente, esattamente come i microtoni degli Angine de Poitrine, ma con l’effetto opposto: non ipnotici e ballabili, bensì immobilizzanti, cosmici e vagamente minacciosi. Il disimpegno morale di Bandura funziona per saturazione: troppe informazioni, troppo rumore, troppa distanza tra causa ed effetto. La musica dei Sunn O))) funziona per lo stesso principio, ma rovesciato: è troppo poco. Ottanta minuti è un tempo lungo per non dire niente. Ma è anche il tempo esatto necessario per dimenticare dove si era.
7. American Football – American Football

Maggio si apre con il quarto disco eponimo degli American Football, band che ha fatto della coerenza editoriale un proprio marchio di fabbrica. Tornano a sette anni di distanza dal loro precedente lavoro, American Football, a dieci dal secondo album, American Football, e soprattutto a ventisette anni dall’esordio che li rese leggendari, intitolato American Football. Il nuovo American Football degli American Football, per gli amici semplicemente LP4, è stato anticipato dal singolo Bad Moons, che è, a tutti gli effetti, una canzone degli American Football: chitarre distorte e tremolanti, atmosfere notturne e malinconiche, strutture dilatate e quella sensazione di sospensione emotiva che da sempre definisce il loro suono. La band sembra voler ribadire ancora una volta che crescere non significa cambiare pelle, ma imparare a suonare le stesse emozioni con una profondità nuova. E, in fondo, non sorprende che non cambi nemmeno il nome del disco: American Football ancora una volta, come se il tempo fosse passato senza davvero scalfire l’identità del gruppo, fedele a sé stesso anche nel gesto più semplice e ostinato di continuare a chiamarsi, e a chiamare i propri album, sempre allo stesso modo.
8. Rory Gallagher – Irish Tour ’74

C’è una foto del 1974 in cui Rory Gallagher tiene in mano una Fender Stratocaster così consumata che sembra un oggetto trovato in un campo dopo una guerra. La vernice è andata, il legno è nudo, il manico ha preso la forma esatta delle sue dita. Non era una scelta estetica. Era semplicemente il risultato di suonare ogni notte, in ogni posto, senza mai smettere. Nel 1974 l’Irlanda del Nord era una zona di guerra. I Troubles erano nel pieno. Gallagher suonò lo stesso, al nord e al sud, in posti in cui altri non sarebbero andati nemmeno per sbaglio. Irish Tour ’74 è la registrazione di quei concerti. Non è esplicitamente un documento politico. Gallagher non era solito fare discorsi dal palco, non portava messaggi. Portava una chitarra rotta e suonava finché il pubblico non smetteva di pensare a cos’era successo fuori. A volte il blues è semplicemente questo.
9. Oasis – Familiar to Millions

Il concerto inizia con una canzone strumentale. Quella che da quel momento verrà utilizzata dal gruppo per aprire tutti i live della loro carriera. A sentire il riff sembra quasi un pezzo di Rory Gallagher. Poi però, appena il brano si conclude, si sente la voce del cantante che sale sul palco e urla alle 80mila persone presenti allo stadio di Wembley: «About time they knocked this fuckin’ shit down!». Ed è lì che si capisce che al microfono c’è un altro Gallagher: Liam. Il 21 luglio del 2000, gli Oasis, all’apice della loro gloria, si esibirono nello storico stadio di Londra, davanti a una folla che non era lì per assistere a un concerto, ma per partecipare a un’incoronazione. Familiar to Millions è la registrazione di quella sera. Liam Gallagher sul palco canta con le mani dietro la schiena e la mascella in avanti, come se aspettasse che qualcuno lo colpisca. Noel suona e lascia che sia la sua chitarra a rivolgersi al pubblico. Insieme suonano male quanto basta per sembrare umani, ma spavaldi quanto basta per sembrare invincibili. A volte il rock è semplicemente questo.
10. Joe Bonamassa – The Spirit of Rory: Live From Cork

Forse Rory Gallagher non aveva la stessa arroganza degli Oasis sul palco, ma ciò non gli impedì di vivere una vita all’insegna della sregolatezza. Morì a 47 anni, segnato anche dall’alcolismo, e lasciò dietro di sé una collezione di chitarre che il mondo si sarebbe conteso per decenni. Una di queste, una National Triolian resonator del 1930, finì al Cork Public Museum. Nel 2025 il museo la prestò a Joe Bonamassa, che la portò sul palco nella stessa città dove Gallagher era nato, e la usò per suonare As the Crow Flies. È il tipo di gesto che o funziona o diventa imbarazzante, senza vie di mezzo. Funziona. Non perché Bonamassa imiti Gallagher, ma perché tratta la chitarra come se fosse un documento storico da leggere ad alta voce, non una reliquia da esporre in una teca. The Spirit of Rory esce proprio questo mese e presenta tutti i difetti prevedibili di un disco tributo: a tratti è reverente fino alla rigidità, a tratti dimentica che l’originale esistesse già. Ma poi arriva un momento in cui lo strumento del 1930 risuona in una sala del 2025, davanti a gente che forse non era ancora nata quando Irish Tour ’74 fu pubblicato, e il tempo fa una delle sue solite stranezze. Come se la vernice consumata di quella vecchia Stratocaster fosse finita, da qualche parte, per riapparire.
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