Visto il fallimento delle prime timide concessioni ai manifestanti, il governo boliviano di Rodrigo Paz sta preparando il terreno per la repressione violenta delle proteste. Il nuovo Parlamento, in carica da meno di un anno, ha infatti approvato la legge 1740 sugli stati di eccezione, che disciplina lo stato di emergenza e autorizza il governo a dispiegare le forze armate per reprimere i sollevamenti popolari. Dopo tutto, il moto di ribellione, che sta ormai assumendo i tratti di una vera e propria insurrezione, va avanti da oltre 40 giorni e non pare esserci modo per fermarlo: la capitale La Paz è paralizzata, nel Paese restano attivi una novantina di blocchi e in diverse piazze si sono registrati violenti scontri tra manifestanti e polizia. Il popolo boliviano continua a chiedere le dimissioni di Paz e rivendica un ritorno alle politiche sociali che rovesci la ricetta liberista che il presidente ha portato avanti sotto il motto «capitalismo per tutti».
La legge 1740 [1] è stata promulgata lunedì 9 giugno. Essa regola l’applicazione di misure straordinarie in situazioni di crisi che potrebbero minacciare l’ordine e la sicurezza pubblici, la sovranità nazionale o il funzionamento delle istituzioni del Paese. Lo stato di emergenza disciplinato dalla norma conferisce all’esecutivo poteri straordinari per gestire le crisi per un periodo massimo di 90 giorni, prorogabile con l’approvazione dell’Assemblea legislativa plurinazionale. Il timore di manifestanti e osservatori è che essa venga applicata proprio per gestire le manifestazioni e lo sciopero a oltranza in corso dal 1° maggio. Proprio mentre il presidente promulgava il regolamento, in Bolivia hanno iniziato a circolare immagini che ritraevano mezzi pesanti e carri armati nell’area di Patacamaya, alimentando i sospetti di un imminente dispiegamento militare; il ministero della Difesa ha smentito [2] tali voci. Nel discorso pronunciato in occasione della presentazione della legge, tuttavia, Paz ha associato le proteste al narcotraffico e affermato che il nuovo provvedimento servirebbe a proteggere la Costituzione boliviana; le sue dichiarazioni paiono voler orientare la narrativa sulle proteste, legittimando un potenziale intervento armato.
Intanto le proteste continuano. Consultando la mappa [3] in tempo reale delle infrastrutture stradali fornita dell’Amministrazione autostradale boliviana (l’ultimo accesso è stato effettuato nella mattina di oggi, 12 giugno), paiono ancora attivi una novantina di blocchi stradali, la maggior parte dei quali attorno alla capitale La Paz. I cosiddetti bloqueos costituiscono una delle forme di protesta più comuni in Bolivia – e in generale in diversi Paesi del Sud America – per via della conformazione delle infrastrutture stradali; sbarrando le principali strade, infatti, si riesce con relativa facilità a paralizzare l’intera nazione, interrompendo le forniture di carburante e cibo. A tal proposito, il ministero della Difesa [4] boliviano segnala difficoltà nell’approvvigionamento di cibo e medicinali e scrive che sette persone sarebbero morte proprio a causa della carenza di farmaci o del ritardo nell’arrivo dei soccorsi. Il ministero fornisce in generale un bilancio delle proteste, con l’ultimo aggiornamento risalente al 2 giugno: secondo i dati ufficiali, sono state arrestate 365 persone, di cui 247 rilasciate; 103 dei 118 individui ancora sotto detenzione sono stati incriminati penalmente. In totale sono state ferite 37 persone, mentre altre 10 sono morte.
Parallelamente, i media riportano di scontri violenti in diverse aree del Paese. Le tensioni di piazza sono all’ordine del giorno ed è difficile tenervi traccia: mercoledì i manifestanti hanno tentato di entrare nella piazza centrale di La Paz, dove si trova il Palazzo del Governo, lanciando pietre e materiale esplosivo, ma la polizia li ha dispersi con cariche e gas lacrimogeni. Gli scontri più violenti degli ultimi giorni si sono registrati a Vinto, comune situato nella provincia di Quillacollo, nel dipartimento di Cochabamba, dove una massa di manifestanti ha invaso le strade brandendo fucili; scontri ad alta intensità sono stati registrati anche nella stessa Cochabamba – capoluogo dell’omonimo dipartimento – dove sono stati segnalati feriti da arma da fuoco. Qui la tensione è salita dopo che un gruppo di manifestanti, prevalentemente agricoltori, ha provato a bloccare un ponte che collega la regione alla parte occidentale del Paese.
Le richieste dei manifestanti [5] restano sempre le stesse: le dimissioni del governo e l’abolizione delle norme di stampo liberista promulgate dal presidente Paz. Nei mesi il presidente ha: introdotto la finanziarizzazione delle terre; disposto la liberalizzazione del sistema elettrico nazionale, eliminando il monopolio dell’agenzia statale ENDE; spianato la strada all’entrata nel Paese di colossi della tecnologia mondiale come SpaceX di Elon Musk e Amazon di Jeff Bezos; aperto agli investimenti esteri – specie statunitensi – sulle risorse naturali come litio e rame. Il presidente ha anche tagliato le spese pubbliche, cancellato la tassa sui grandi patrimoni, eliminato la contrattazione collettiva per gli stipendi eccedenti il salario minimo, bloccato il rinnovo dei salari nel pubblico e sospeso i sussidi statali sui carburanti. Quest’ultimo intervento, disposto con il ds 5503 e poi aggiornato con il ds 5516, è, assieme alla riforma agraria, tra i più contestati dai manifestanti e – nonostante le proteste – risulta ancora in vigore.
I manifestanti hanno già ottenuto diversi successi, con Paz che è stato costretto a dimezzare il proprio stipendio e ad abrogare la riforma agraria; negli ultimi giorni si è inoltre dimesso il ministro della Difesa e Paz ha annunciato un generale rimpasto di governo per provare a rimanere a galla. Nonostante ciò, i manifestanti non paiono avere intenzione di indietreggiare e stanno gradualmente trasformando le proteste in un moto di insurrezione.