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Caso Epstein: nel racconto di Bill Gates ci sono molte cose che non tornano

«Non avrei mai dovuto incontrarlo». Con queste parole, Bill Gates ha cercato di archiviare davanti al Congresso americano una delle vicende più imbarazzanti della sua carriera pubblica: i rapporti con Jeffrey Epstein. Dopo i Clinton e l’ex procuratrice generale Pam Bondi, anche il fondatore di Microsoft è comparso davanti alla Commissione di Vigilanza della Camera per chiarire la natura della frequentazione che si è protratta per anni con il finanziere di Brooklyn.

Il fondatore di Microsoft ha puntato tutto sulla carta del pentimento, liquidando il rapporto con Epstein come un «grave errore di giudizio» e ribadendo di averlo frequentato unicamente per valutare progetti legati alla filantropia tra il 2011 e il 2014. Ha negato di aver visitato la celebre isola privata nei Caraibi, lo Zorro Ranch nel New Mexico o la residenza in Florida e, soprattutto, ha dichiarato di non aver mai avuto elementi che lo facessero sospettare di attività criminali. Secondo la sua versione, Epstein gli avrebbe prospettato la possibilità di raccogliere enormi capitali per progetti di salute globale. Solo in seguito, avrebbe compreso che quelle promesse erano prive di fondamento e avrebbe, quindi, interrotto ogni rapporto. Gates [1] ha inoltre cercato di separare nettamente la questione Epstein dalle proprie vicende personali, sostenendo che il finanziere avrebbe tentato di utilizzare informazioni private per fare pressione su di lui, senza però ottenere alcun risultato.

La ricostruzione, tuttavia, lascia volutamente fuori molti elementi già emersi negli ultimi anni. Jeffrey Epstein non era uno sconosciuto né un semplice intermediario incontrato per caso. Quando Gates iniziò a frequentarlo in maniera organica, il finanziere era già stato condannato per reati sessuali, eppure, gli incontri proseguirono. Già nel 2019 il New York Times [2] aveva documentato come il fondatore di Microsoft si fosse recato più volte nella residenza di Manhattan di Epstein, trattenendosi in almeno un’occasione fino a tarda notte. Anche collaboratori della Bill & Melinda Gates Foundation visitarono la proprietà del finanziere. In quegli stessi anni, Epstein lavorava per accreditarsi nuovamente nei circuiti dell’élite globale. Tra i progetti [3] in discussione figurava il Global Health Investment Fund, iniziativa sviluppata con JPMorgan Chase e ambienti vicini alla Fondazione Gates, un’operazione che avrebbe potuto rilanciare la reputazione del finanziere e generare commissioni milionarie. In una e-mail [4] del 2011, Epstein scriveva che il fondo avrebbe consentito a Gates «accesso a persone, investimenti, allocazioni e governance di qualità superiore». Il giorno successivo aggiungeva che il progetto avrebbe dovuto prevedere «ulteriori fondi per i vaccini». Anche il tono utilizzato da Gates all’epoca appare difficilmente compatibile con l’immagine di una frequentazione puramente formale. Nel 2011, dopo il primo incontro con Epstein, il filantrocapitalista scrisse [2] ai colleghi: «Il suo stile di vita è molto diverso e in un certo senso intrigante, anche se per me non funzionerebbe». Non sembra il linguaggio di chi si limita a sopportare un interlocutore imbarazzante per ragioni operative.

C’è poi il capitolo più delicato: quello del ricatto. Nel 2023, il Wall Street Journal rivelò che Epstein avrebbe tentato di fare pressione su Gates minacciando di rendere pubblica una relazione extraconiugale con la giocatrice di bridge russa Mila Antonova. La donna, conosciuta da Gates nel 2010, quando aveva poco più di vent’anni, fu successivamente introdotta nell’orbita di Epstein attraverso Boris Nikolic, storico consigliere del fondatore di Microsoft. La ragazza stava cercando finanziamenti per una piattaforma di insegnamento del bridge online. Epstein non investì direttamente nel progetto, ma in seguito le pagò una scuola di programmazione e le mise a disposizione un appartamento a New York. Quando, nel 2017, il fondatore di Microsoft rifiutò di sostenere alcune iniziative promosse dal finanziere, quest’ultimo utilizzo quella relazione extraconiugale, di cui era venuto a conoscenza, come leva di pressione. Non si tratta di un dettaglio marginale o di colore: il potere di Epstein si fondava proprio sulla capacità di costruire trappole al miele e reti di relazioni, spingendo giovani donne della sua cerchia a frequentare uomini ricchi e potenti per poter raccogliere informazioni compromettenti e conservarle come strumenti di influenza. Il fatto che Gates oggi possa affermare di non aver ceduto al ricatto non cambia la sostanza della vicenda: Epstein disponeva di materiale sufficiente per tentare di estorcergli una somma cospicua per il suo fondo. E questo racconta una relazione ben più profonda di un semplice «errore di giudizio» o di un incidente di percorso nella biografia del fondatore di Microsoft.

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Enrica Perucchietti

Laureata con lode in Filosofia, vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. Collabora con diverse testate e canali di informazione indipendente. È autrice di numerosi saggi di successo. Per L’Indipendente cura la rubrica Anti fakenews.