Sono bastate appena tre settimane alla proposta di legge popolare sulla tassazione dei grandi patrimoni per raggiungere le 50mila firme. L’iniziativa, dal titolo 1% Equo, punta a inserire nell’ordinamento italiano un’imposta progressiva per i patrimoni che superano i 2 milioni di euro, destinando le risorse ottenute ai servizi pubblici essenziali, dalla sanità alla scuola. La nuova tassazione non intaccherebbe dunque il patrimonio del ceto medio ma soltanto dell’1% più benestante, che oggi «possiede il 22% della ricchezza italiana», come sottolineano i promotori. Avendo raggiunto l’obiettivo delle 50mila firme, il testo della legge verrà depositato in Parlamento, dove sarà calendarizzato e discusso. La strada resta in salita, vista la posizione della maggioranza sul tema e le spaccature all’interno del campo largo.
Mentre la Banca d’Italia fotografava, nel suo ultimo rapporto [1], un’Italia tanto ricca quanto disuguale, dal basso veniva lanciata la campagna [2] dell’1% Equo, proprio con l’obiettivo di redistribuire quella ricchezza concentrata nelle mani di pochi. «In Italia — scrivono i promotori — milioni di persone fanno fatica ad arrivare a fine mese, mentre una piccola parte concentra enormi ricchezze. È il momento di cambiare direzione e applicare un principio semplice: più giustizia sociale, meno privilegi». La proposta è semplice: istituire un’imposta progressiva sui grandi patrimoni, in linea con quanto disposto dall’articolo 53 della Costituzione, secondo cui “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. I patrimoni fino a 2 milioni di euro non sono interessati dalla nuova imposta — il che taglia fuori la quasi totalità della popolazione italiana — così come resta escluso dal conteggio della ricchezza il valore della prima casa.
Fatte queste premesse, i promotori prevedono 4 aliquote: dell’1% per i patrimoni compresi tra i 2 e i 5 milioni di euro; dell’1,7% per quelli tra 5 e 8 milioni, che sale al 2,1% per i patrimoni fino a 20 milioni. Per le ricchezze che eccedono questa soglia viene prevista un’aliquota unica, pari al 3,5%. Secondo le stime, l’introduzione dell’imposta porterebbe nelle casse dello Stato almeno 26 miliardi di euro, praticamente il valore di una Legge di Bilancio. Il prelievo dai grandi patrimoni, posseduti dall’1% della popolazione italiana, finanzierebbe i servizi pubblici essenziali, dalla scuola alla sanità, passando per i trasporti, l’ambiente e la casa.
In appena tre settimane, la legge di iniziativa popolare ha raggiunto l’obiettivo delle 50mila firme. Il passaggio successivo è la trasmissione del testo al Parlamento, dove sarà calendarizzato e discusso. Se ciò non dovesse accadere entro la fine della Legislatura — cosa probabile vista la posizione della maggioranza sulla questione — la proposta non decadrebbe, riproponendosi invece al Parlamento che verrà.
Due dati non confortano i promotori: il primo è il tasso di conversione in legge delle proposte di iniziativa popolare, pari al 3%; il secondo è la spaccatura sul tema in seno all’attuale opposizione. Anche se il campo largo dovesse vincere le prossime elezioni, la patrimoniale potrebbe restare solo un’idea ferma nei cassetti di Palazzo Madama o Montecitorio. Partito Democratico e Alleanza Verdi-Sinistra Italiana appoggiano l’iniziativa, frenata invece dal Movimento 5 Stelle, che ha trovato un alleato inaspettato nei renziani di Italia Viva.