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La Procura di Torino smonta il dl Sicurezza: “È contro la Costituzione”

Potrebbe aprirsi un fronte assai delicato per il Decreto Sicurezza voluto dal governo Meloni. La Procura di Torino ha infatti chiesto di sottoporre alla Corte costituzionale una delle disposizioni più controverse del provvedimento: quella che ha trasformato nuovamente in reato il blocco stradale attuato con il proprio corpo durante manifestazioni e proteste. Secondo la pm Elisa Pazè, la norma rischia di entrare in collisione con diritti garantiti dalla Carta, come la libertà di riunione e il diritto di sciopero. La questione nasce da un procedimento legato a una manifestazione pro Palestina che, nella primavera dello scorso anno, aveva portato all’occupazione di un tratto autostradale alle porte di Torino. Ora la decisione spetta al gip, che dovrà valutare se i dubbi sollevati meritino il vaglio della Consulta.

La vicenda sfocia dall’occupazione della tangenziale Torino-Caselle, avvenuta nel maggio del 2025, da parte di circa duecento manifestanti nell’ambito di una mobilitazione contro la guerra a Gaza. Per alcune delle persone indagate, il magistrato ha già chiesto un decreto penale di condanna, ma nella memoria [1] depositata al Tribunale ha anche sollecitato il giudice per le indagini preliminari a valutare un rinvio alla Consulta. Il nodo è l’articolo 1-bis, comma 2, del decreto legislativo 66 del 1948, come modificato dall’articolo 14 del decreto-legge 48 dell’11 aprile 2025, poi convertito in legge. La norma contestata ha cambiato in profondità il trattamento del blocco stradale: prima della riforma, chi impediva la circolazione con il proprio corpo rischiava solo una sanzione amministrativa tra i 1.000 e i 4.000 euro. Con il decreto Sicurezza, invece, la condotta è tornata penalmente rilevante: se il fatto è commesso da una sola persona, la pena arriva fino a un mese di reclusione o a una multa fino a 300 euro; se l’azione è compiuta da più persone riunite, la sanzione sale da sei mesi a due anni di carcere. Una stretta che, secondo la Procura, finisce per colpire in modo sproporzionato forme di protesta che fanno parte della fisiologia delle manifestazioni.

Secondo la Procura, si legge nel documento, «l’incriminazione del blocco stradale attuata con il corpo lede i diritti di riunione e di sciopero tutelati rispettivamente dagli artt. 17 e 40 Cost, posto che la possibilità che si creino rallentamenti o addirittura blocchi del traffico è connaturata alle manifestazioni, sia che esse si svolgano in forma statica, mediante sit-in, sia in forma dinamica, facendo parte della fisiologia dei cortei l’arresto periodico in certi punti del percorso per consentire al gruppo di non disperdersi e scandire slogan rivolti a sensibilizzare i passanti». In altre parole, trasformare in reato un fenomeno intrinseco all’esercizio dei diritti collettivi rischia di svuotarli di significato. La memoria sottolinea che il legislatore «non ha effettuato un bilanciamento degli interessi in gioco conforme ai valori costituzionali, valutando i fondamentali diritti di libertà individuale e collettiva come recessivi rispetto all’interesse alla circolazione». Se così non fosse, verrebbero incriminati perfino «gli operai che, radunatisi in massa davanti all’azienda, occupando il manto stradale prospiciente, ostacolino la circolazione».

Un ulteriore profilo di illegittimità presente nel Decreto Sicurezza [2], secondo la Procura del capoluogo piemontese, riguarda la disparità di trattamento rispetto all’art. 1 dello stesso decreto legislativo, che punisce l’abbandono di oggetti o congegni sulla strada. In quel caso, spiega la pm, è richiesto il dolo specifico, cioè la finalità di impedire la circolazione; qui invece basta la consapevolezza di ostacolare, anche se l’obiettivo è semplicemente manifestare o protestare. La Procura ha inoltre rilevato l’assenza di un’emergenza tale da giustificare il ricorso alla decretazione d’urgenza, non essendosi registrato alcun aumento esponenziale di scioperi o proteste nei mesi precedenti.

Mentre a Milano si registrano i primi effetti concreti della nuova normativa che ha reintrodotto il reato di blocco stradale mediante resistenza passiva — con la Procura che a maggio ha notificato la chiusura delle indagini a 13 partecipanti al corteo del 4 ottobre 2025 a sostegno della Palestina e della Freedom Flotilla, una manifestazione che aveva richiamato circa centomila persone — a Torino il clima appare ben diverso. Ora qui spetterà al giudice stabilire se i dubbi avanzati dalla Procura siano o meno manifestamente infondati; in caso contrario, la parola passerà alla Consulta. Un passaggio che potrebbe mettere in discussione uno dei provvedimenti simbolo dell’esecutivo, con il rischio di vedere ridimensionata una delle misure più rivendicate dal governo.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.