Il 15 maggio 2026 Enura S.p.A. – joint venture tra Snam e Società Gasdotti Italia – ha avviato le procedure di esproprio per il tratto centro-sud del futuro metanodotto sardo, coinvolgendo 24 comuni tra le province di Cagliari, Sulcis Iglesiente, Medio Campidano e Oristano. Il problema, denunciato [1] dai comitati locali è che il gas che dovrebbe scorrere in quel gasdotto non ha ancora un punto di arrivo autorizzato, e la raffineria che giustificherebbe economicamente l’intera opera è ferma dal marzo 2009.
Il progetto prevede 304 chilometri di condotte, di cui 162 di rete nazionale e 142 di rete regionale, che attraverseranno il Campidano dall’oristanese fino a Cagliari, con una diramazione verso Iglesias e Carbonia. Questo tratto ha superato la Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA) nel 2020. Ma si inserisce in un progetto più ampio che non è stato ancora approvato nella sua interezza. Il nodo principale riguarda il rigassificatore previsto nel porto di Oristano-Santa Giusta: l’impianto che dovrebbe trasformare il gas liquido in metano da immettere nella rete è tuttora soggetto a procedura di VIA. Snam ha firmato solo un accordo preliminare per acquisire il deposito costiero Higas e convertirlo in unità di rigassificazione galleggiante, ma l’iter autorizzativo non è concluso e senza rigassificatore il gasdotto non ha una fonte di approvvigionamento.
La raffineria ferma dal 2009
Il secondo problema riguarda la domanda energetica. Gli scenari trasmessi da Snam a dicembre 2025 e riportati nel documento [2] ARERA 135/2026 immaginano una proiezione di consumi crescenti fino a 612 milioni di metri cubi l’anno al 2030. Ma la crescita prevista dipende quasi interamente da un singolo soggetto: la raffineria di bauxite Eurallumina di Portovesme, nel Sulcis Iglesiente, che assorbirebbe 363 milioni di metri cubi, il 59% del totale. La domanda civile e terziaria, stimata a 59 milioni di metri cubi a regime, è già coperta dai depositi di gas naturale liquefatto oggi operativi sull’isola. Eurallumina è ferma dal marzo 2009: la raffineria, di proprietà della russa Rusal – il cui principale azionista, Oleg Deripaska, è sotto sanzioni – ha interrotto la produzione sedici anni fa e sopravvive grazie agli ammortizzatori sociali, con circa 190 dipendenti rimasti su 403 che erano in forza alla chiusura. A settembre 2025 l’azienda ha comunicato alle parti sociali l’intenzione di chiudere definitivamente i battenti entro fine anno, una decisione scongiurata dalla protesta dei lavoratori. Il destino dello stabilimento è ancora in bilico e soprattutto, come sottolineano i comitati, non risulta alcun contratto pubblicamente verificabile tra Enura ed Eurallumina che garantisca i consumi su cui è basato l’intero progetto. Secondo uno studio [3] RSE citato dallo stesso documento ARERA, perché una dorsale di queste dimensioni sia economicamente conveniente occorrerebbero consumi superiori a 1,5 miliardi di metri cubi l’anno: più del doppio di quanto proiettato al 2030.
Il costo nelle bollette di tutti
A finanziare l’opera non saranno solo i sardi. Il meccanismo è quello della tariffa di trasporto del gas, componente presente nelle bollette di tutti gli utenti italiani allacciati alla rete nazionale: funziona come un “pedaggio collettivo”, attraverso cui ARERA riconosce agli operatori un ritorno regolato sugli investimenti in infrastruttura. Secondo le stime dell’authority, l’onere annuo che ricadrebbe sulle bollette dell’intera penisola ammonterebbe a 285 milioni di euro, pari a un rincaro del 13-14% sulla tariffa di trasporto del gas. A fare questi conti non è un comitato di oppositori, ma il documento ARERA già citato. Lo stesso documento contiene un passaggio che i legali del fronte del No intendono utilizzare nelle osservazioni: l’authority si riserva di effettuare ulteriori valutazioni sulla metanizzazione, citando espressamente i costi emergenti, gli impatti tariffari e «gli scenari di domanda energetica aggiornati». In pratica l’organo regolatorio mette nero su bianco che non è convinto dell’utilità dell’opera.
La contraddizione politica
Il DPCM del 10 settembre 2025 ha dichiarato [4] il metanodotto «necessario» per accompagnare il phase-out del carbone in Sardegna, dove sono ancora attive le centrali di Portovesme e Fiume Santo. Pochi mesi dopo, con il decreto bollette convertito in legge nel 2026, lo stesso governo ha esteso la vita di tutte le centrali a carbone italiane al 31 dicembre 2038. L’opera che doveva accompagnare la dismissione degli impianti si affiancherò dunque alle centrali che rimarranno accese per altri dodici anni. Nel frattempo il quadro energetico dell’isola si trasforma indipendentemente dal gasdotto. Terna sta completando il Tyrrhenian Link, un cavo sottomarino da 970 chilometri e 1000 megawatt che collegherà la Sardegna alla rete elettrica continentale entro il 2028: è un progetto separato. Ma la sua rilevanza rispetto al gasdotto è sostanziale: è Terna stessa a indicarlo come la condizione necessaria, ma non ancora sufficiente, per dismettere le centrali a carbone sarde senza ricorrere a nuovo utilizzo di energia fossile. Se così fosse, verrebbe meno anche la premessa su cui il DPCM fonda la necessità del metanodotto.
Sul fronte delle rinnovabili, secondo i comitati le richieste di connessione per nuovi impianti presentate a Terna superano già cinque volte il target regionale al 2030, segno che l’interesse del mercato non manca. Eppure la Legge Regionale 20/2024, approvata dalla giunta Todde per frenare la speculazione energetica, ha classificato come «non idoneo» oltre il 99% del territorio sardo per i nuovi impianti. La Corte Costituzionale, con la sentenza 184/2025, l’ha in larga parte bocciata per invasione delle competenze statali in materia energetica.
Il patrimonio lungo il tracciato
Il 12 luglio 2025 le Domus de Janas sono state riconosciute [5] Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO, diventando il 61° sito italiano nella lista. Il tracciato attraversa un territorio con oltre mille siti archeologici censiti nella stessa relazione VIA del progetto, dodici dei quali a rischio alto, tra nuraghi, tombe dei giganti, pozzi sacri e siti fenico-punici.
C’è infine una questione procedurale che i comitati firmatari del comunicato intendono sollevare. I proprietari dei terreni coinvolti dagli espropri non sono stati avvisati personalmente: la comunicazione è avvenuta esclusivamente tramite pubblicazione sulla stampa locale e sui portali istituzionali della Regione. Modalità consentita dalla legge 241/90, ma che secondo i comitati contrasta con la Convenzione di Aarhus, che lega il termine per le osservazioni all’effettiva conoscenza del provvedimento da parte degli interessati.
I comitati che hanno sollevato l’allarme sono No Gasdotto Sardegna, Comitadu de Turres, Comitato Nuraxino a difesa del territorio, Comitato S’arrieddu per Narbolia, Global Sumud Sardigna, Italia Nostra Sardegna, Movimento Antifascista Oristanese, Sardegna Chiama Sardegna e Confederazione Sindacale Sarda. Hanno tempo fino al 14 giugno per depositare osservazioni formali e chiunque abbia un interesse legittimo può farlo insieme a loro, scrivendo alla Regione Sardegna o ad ARERA.