Cinque imbarcazioni della coalizione internazionale per la Palestina hanno bloccato l’attracco di una nave porta container MSC che avrebbe dovuto caricare materiale bellico destinato a Israele. Gli attivisti presenti sulle barche hanno riferito che l’operazione è andata a buon fine, dal momento che le navi hanno rinunciato a raccogliere il carico. Nel frattempo, il Coordinamento Calabria per la Palestina ha promosso un presidio davanti al porto di Gioia Tauro e poi, sul lungomare di San Ferdinando, una conferenza stampa dedicata alla presentazione delle iniziative organizzate per rafforzare la mobilitazione contro la filiera bellica e l’economia di guerra.
«Siamo in mare con 5 barche della Thousand Madleens Coalition e Global Intifada per un’azione al porto di Gioia Tauro», si legge nella prima comunicazione dell’iniziativa. L’obiettivo è denunciare il passaggio di acciaio balistico e materiale dual use dai porti italiani, considerato come un sostegno indiretto al conflitto in corso. Secondo quanto riferito dagli attivisti, nel porto calabrese sarebbero ancora stoccati 16 container contenenti acciaio balistico, materiale utilizzato per fabbricare missili. La protesta ha già ottenuto un primo risultato: la nave MSC che doveva attraccare «ha deciso di non caricare 8 dei 16 container». All’interno del porto, come ha riferito Antonio de La Base di Cosenza, che si trovava a bordo di una delle imbarcazioni, risulta bloccata anche un’altra nave, la MSC Virginia.
Uno degli attivisti presenti alla mobilitazione – svoltasi ieri, 29 maggio – ha ricordato [1] a Radio Onda d’Urto come questa vada avanti da molto tempo: «Sono mesi che ci stiamo mobilitando come collettivi e coordinamenti per la Palestina contro la complicità dei nostri governi e il passaggio del materiale bellico dai nostri porti». L’attivista ha affermato che «la MSC ritiene di poter utilizzare il porto di Gioia Tauro contando sul fatto che, a differenza di altri scali, il territorio non vede una tradizione consolidata di lotte portuali, anche perché la Piana di Gioia Tauro è composta da piccoli centri e non da una grande città», ma che la compagnia «non ha fatto i conti con gli attivisti calabresi», pronti a mobilitarsi. La Thousand Madleens Coalition e Global Intifada sono dunque intenzionate a lanciare da Gioia Tauro «una call to action all’Europa e al mondo per il boicottaggio della filiera bellica e la complicità dei governi e dei porti nel genocidio».
In concomitanza con l’azione in mare, il Coordinamento Calabria per la Palestina ha convocato per il pomeriggio di venerdì un presidio davanti al porto (ore 17) e una conferenza stampa sul lungomare di San Ferdinando (ore 18.30), per presentare il programma di attività contro «la filiera bellica e l’economia di guerra». L’iniziativa si è svolta in adesione allo sciopero generale per la Palestina e contro la guerra, lanciato dai Giovani Palestinesi d’Italia e raccolto da diverse realtà sindacali di base.
Già a marzo la campagna internazionale No Harbor for Genocide (NHG) aveva denunciato [2] l’arrivo nello scalo calabrese di container sospettati di trasportare armamenti destinati a Israele, dando il via a una corsa contro il tempo da parte di attivisti e società civile per ottenere controlli sulle merci in transito. Secondo quanto riportato da BDS Italia, il 1° marzo la nave MSC Marie Leslie aveva scaricato cinque container successivamente trasferiti sulla MSC Lucy. Il carico sarebbe stato composto da materiale a uso militare, tra cui proiettili d’artiglieria da 155 millimetri, provenienti dall’India e destinati alla IMI System, azienda israeliana controllata dal gruppo Elbit System. Le segnalazioni indicavano inoltre come origine della spedizione la società indiana RL Steel, produttrice di acciaio balistico. La vicenda aveva suscitato anche reazioni politiche. La deputata del Movimento 5 Stelle Stefania Ascari aveva presentato un’interrogazione parlamentare per chiedere chiarimenti al governo sulla natura del carico e sull’eventuale rispetto delle normative italiane e internazionali sul commercio di armi. Tuttavia, la nave MSC Lucy aveva lasciato Gioia Tauro con un giorno d’anticipo rispetto al previsto, impedendo eventuali verifiche approfondite.
Le organizzazioni coinvolte nella campagna, tra cui BDS Italia e il movimento internazionale Block the Boat, sostengono che eventuali forniture militari verso Israele possano configurare una violazione del diritto internazionale, richiamando le Convenzioni di Ginevra, il Trattato sul commercio delle armi e la legge italiana 185 del 1990, che regola l’export di armamenti. La questione si intreccia con le accuse rivolte a Israele per la guerra a Gaza e con il procedimento aperto presso la Corte Internazionale di Giustizia.