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Nella provincia dell’Alberta tornano a soffiare i venti di secessione dal Canada

La questione della secessione dell’Alberta dal resto della federazione canadese ha subito una drastica e improvvisa accelerazione. La premier provinciale, Danielle Smith, ha infatti annunciato la convocazione di una consultazione fissata per il prossimo 19 ottobre 2026. Ai cittadini verrà chiesto se desiderano rimanere nel Paese o dare mandato al governo locale per avviare l’iter legale propedeutico a un voto vincolante sulla separazione. Questa mossa politica rappresenta un palese tentativo di Smith di placare l’ala più radicale e populista del suo partito, lo United Conservative Party (UCP), che preme da tempo per una rottura istituzionale con Ottawa. Ciononostante, la premier tifa per rimanere nella federazione: ha infatti precisato che, personalmente, farà campagna per il “no”, caldeggiando lo scenario di un’Alberta fortemente autonoma ma inserita in un Canada unito.

Si tratterebbe [1], dunque, di una mossa tutta interna al partito, per accontentare l’ala radicale e blindare le posizioni. Il cammino [2] verso l’indipendenza formale, che dovrà quindi passare per due votazioni, della provincia più ricca di petrolio del Canada, si scontra con ostacoli costituzionali e giuridici di enorme portata. Di recente, la giudice Shaina Leonard ha respinto una petizione separatista a causa [3] del mancato rispetto dell’obbligo fondamentale di consultare le Prime Nazioni. Gli storici trattati stipulati originariamente con le comunità native (tra cui i Trattati 7 e 8) costituiscono uno scoglio legale quasi insormontabile. Esperti e giuristi hanno chiarito a più riprese che i diritti territoriali delle nazioni indigene godono di una speciale tutela costituzionale e non possono in alcun modo essere modificati o cancellati unilateralmente dal governo provinciale. Qualsiasi tentativo di alterare questo quadro richiederebbe anni di negoziati estremamente complessi e dall’esito tutt’altro che scontato, bloccando di fatto le velleità di una transizione rapida.

Sul fronte della politica federale, il primo ministro Mark Carney ha cercato di disinnescare la crisi definendo l’Alberta una componente essenziale e strategica per l’intera nazione. Per mitigare i malumori di matrice economica e le storiche rivendicazioni regionali, il governo di Ottawa ha promesso la massima cooperazione per la realizzazione di un nuovo oleodotto diretto verso la costa del Pacifico, capace di trasportare fino a un milione di barili di greggio al giorno. Al contempo [4], il tema ha tenuto banco al vertice dei premier dell’Ovest tenutosi a Kananaskis pochi giorni fa. Leader provinciali di primo piano, come David Eby (Columbia Britannica) e Wab Kinew (Manitoba), hanno espresso profonda preoccupazione per le spinte centrifughe dell’Alberta, giudicate una minaccia alla tenuta democratica e alla coesione del Paese, ribadendo la centralità assoluta dell’unità nazionale.

Ciò che rende lo scenario ancora più inquietante è la pesante dimensione internazionale che la crisi ha assunto negli ultimi mesi. Oltre alle dispute interne sul modello federale, è emersa con forza la questione delle ingerenze politiche e dei flussi finanziari provenienti dagli Stati Uniti.

Già da gennaio, come pubblicato [5] dal Financial Times, si parla dei contatti tra l’Alberta Prosperity Project (APP), il gruppo che spinge per la secessione, e alti funzionari a Washington. Durante tali incontri, l’APP ha avanzato la richiesta formale al Tesoro USA di una linea di credito da 500 miliardi di dollari per sostenere finanziariamente la nascita del nuovo Stato, scatenando l’ira dei leader canadesi che hanno gridato [6] al “tradimento”. Il movimento gode inoltre del supporto di figure vicine alla Casa Bianca come Steve Bannon e il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, il quale ha definito gli abitanti dell’Alberta “alleati naturali”, alimentando speculazioni su una futura annessione come 51° Stato americano o come Stato indipendente ma sotto protettorato USA. Tali dinamiche dimostrano che il voto di ottobre non sarà una semplice consultazione interna, bensì un passaggio cruciale influenzato da pesanti interessi geopolitici, in quello che è uno dei peggiori momenti nella storia delle relazioni tra Canada e Stati Uniti.

La prospettiva di una rottura istituzionale non è però un fulmine a ciel sereno, ma rappresenta l’esito di una profonda frattura storica nota nel dibattito politico nordamericano come “alienazione dell’Ovest”. Le radici di questo radicato risentimento risalgono al XIX secolo ma è in particolar modo dagli anni Ottanta del secolo scorso che acquisisce una connotazione separatista e conservatrice. Nel 1980, il governo federale a guida liberale presieduto da Pierre Elliott Trudeau varò il controverso National Energy Program (NEP). Questo stringente piano impose improvvisi controlli federali sui prezzi del petrolio e introdusse nuove gravose tasse mirate sulle risorse naturali estratte. Per l’Alberta, la manovra era un vero e proprio “saccheggio” legalizzato da parte del governo federale. Si trattò di una tassazione vissuta come punitiva, in cui la ricchezza locale veniva sistematicamente drenata per finanziare il welfare del Canada centrale, privilegiando apertamente i bacini elettorali di Ontario e Québec. Da quel momento, il mito fondativo di un’espropriazione indebita ha continuato ad alimentare sotto traccia il separatismo, fino ad arrivare a questi giorni.

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Michele Manfrin

Laureato in Relazioni Internazionali e Sociologia, ha conseguito a Firenze il master Futuro Vegetale: piante, innovazione sociale e progetto. Consigliere e docente della ONG Wambli Gleska, che rappresenta ufficialmente in Italia e in Europa le tribù native americane Lakota Sicangu e Oglala.