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Gli USA hanno distrutto un sito indigeno millenario per farci passare il muro col Messico

La terra dell’Arizona custodisce memorie che risalgono a epoche in cui i confini politici moderni non erano nemmeno immaginabili. Eppure, quelle stesse memorie possono essere cancellate in pochi minuti dalla forza bruta di un bulldozer. È quanto accaduto lo scorso 23 aprile nel cuore del Cabeza Prieta National Wildlife Refuge, dove i macchinari pesanti di un appaltatore del Dipartimento della Sicurezza Internazionale (DHS) statunitense hanno travolto e sventrato il “Las Playas”, un raro geoglifo (ovvero un disegno realizzato sul terreno) a forma di pesce risalente a circa mille anni fa.

L’allarme era stato lanciato con largo anticipo. Le comunità indigene locali avevano ripetutamente avvertito le autorità federali sulla pericolosa vicinanza dei macchinari al sito. Ciononostante, gli avvertimenti sono rimasti inascoltati. I bulldozer hanno proseguito [1] la marcia per accelerare la costruzione delle barriere di confine, aprendo [2] un varco di oltre venti metri proprio nel cuore del reperto millenario. Il risultato è una distruzione parziale ma del tutto irrimediabile di un’opera che accademici e attivisti non esitano a paragonare, per valore storico e spirituale, alle celebri Linee di Nazca in Perù. La reazione [3] dei leader nativi è stata immediata e intrisa di profonda indignazione. I rappresentanti delle nazioni Tohono O’odham e Hia-Ced O’odham hanno condannato l’accaduto come una “profanazione deliberata” delle loro terre ancestrali. Non si è trattato, secondo i portavoce, di un semplice incidente, bensì di una politica di frontiera cieca che calpesta sistematicamente i diritti e la dignità dei popoli originari.

Dal canto loro, le autorità federali hanno tentato di smorzare le polemiche. Il DHS si è difeso parlando di un errore “involontario”, una svista logistica in un cantiere ad alta intensità. Una giustificazione che però non convince gli esperti e che appare insufficiente di fronte alla gravità del danno arrecato al patrimonio culturale. Secondo gli archeologi, la perdita è inestimabile: i geoglifi come il Las Playas sono manifestazioni rarissime di arte rupestre monumentale, espressione di una complessa cosmologia e di un legame millenario tra l’uomo e l’ambiente. A rendere possibile questo disastro non è stata solo la negligenza degli operatori, ma un preciso quadro normativo straordinario. La distruzione è stata infatti favorita dalle deroghe [4] emesse dallo stesso DHS nel corso del 2025. In nome della sicurezza nazionale, leggi fondamentali come il National Historic Preservation Act vengono temporaneamente sospese. Questi provvedimenti amministrativi consentono al governo federale di ignorare decine di leggi nazionali di tutela culturale, storica e ambientale al fine esclusivo di accelerare l’edificazione delle barriere di confine.

Il caso del Las Playas Intaglio evidenzia in modo plastico come la militarizzazione della frontiera crei vere e proprie zone d’ombra legali. Territori teoricamente protetti si trasformano [5] in aree dove l’imperativo politico immediato prevale in modo assoluto sulla conservazione della memoria storica, lasciando gli scienziati e l’opinione pubblica privi di strumenti giuridici per difendere il territorio. La perdita del geoglifo in Arizona non è un caso isolato, ma si inserisce in un trend preoccupante in cui il patrimonio archeologico e la sovranità dei popoli nativi vengono sistematicamente sacrificati sull’altare della politica e della geopolitica. Mentre la barriera avanza, frammenti insostituibili di storia dell’umanità vengono ridotti in polvere.

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Michele Manfrin

Laureato in Relazioni Internazionali e Sociologia, ha conseguito a Firenze il master Futuro Vegetale: piante, innovazione sociale e progetto. Consigliere e docente della ONG Wambli Gleska, che rappresenta ufficialmente in Italia e in Europa le tribù native americane Lakota Sicangu e Oglala.