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Argentina, dopo i prestiti il FMI chiede di accelerare sulle riforme neoliberiste

Prestiti e riforme. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) rinnova in Argentina la sua politica pluridecennale e, dopo aver trasferito un miliardo di dollari nelle casse di Buenos Aires, chiede al presidente Milei di accelerare sulle riforme neoliberiste, certificando sforamenti nel deficit. Nel mirino del FMI sono finiti soprattutto lavoratori e pensionati, già al centro di strette governative che hanno innescato una forte mobilitazione in tutto il Paese. Nonostante ciò, dai palazzi del FMI a Washington piove un nuovo diktat, che passa ad esempio per l’aumento dell’età pensionabile e per la sua graduale equiparazione tra donne e uomini. Sul tavolo c’è anche la riduzione dei sussidi energetici, che oggi tengono in piedi l’economia familiare di milioni di argentini.

La stella politica di Javier Milei è nata sotto il segno dei “tagli” alla spesa pubblica, simboleggiati in campagna elettorale dall’uso frequente di una motosega. Milei prometteva di rilanciare il Paese attingendo all’ideologia neoliberista, procedendo cioè con la scomparsa dello Stato nell’economia e con massicce privatizzazioni. Dopo due anni di governo, però, sono dovuti intervenire gli Stati Uniti prima [1] e il Fondo Monetario Internazionale poi per salvare il Paese dalla bancarotta. L’anno scorso il FMI ha messo [2] sul tavolo 20 miliardi di dollari, invitando Milei a portare avanti la sua agenda neoliberista. Detto fatto: il governo ha promosso una riforma [3] del lavoro devota alla precarietà, ha bloccato l’aumento delle pensioni [4] e infine ha sottofinanziato l’istruzione [5].

Per il Fondo Monetario Internazionale non basta: sono stati individuati altri tagli da effettuare a suon di motosega, a partire dal sistema previdenziale. Al momento i lavoratori argentini vanno in pensione all’età di 65 anni, dopo 30 di contributi, mentre le lavoratrici all’età di 60 anni. «Per garantire una stabilità a lungo termine» l’organizzazione economica chiede [6] di aumentare l’età pensionabile e di «armonizzarla tra uomini e donne». La riduzione della spesa pubblica passa anche per la riduzione dei sussidi energetici, di cui usufruiscono milioni di argentini. Gli interventi richiesti dal FMI si inseriscono nell’accordo da 20 miliardi firmato lo scorso anno, da cui proviene il recente prestito da un miliardo. Dai palazzi di Washington c’è probabilmente malumore per i dati sul deficit reale, che smentiscono i toni trionfalistici su un presunto avanzo fiscale in Argentina.

Per trovare il dato bisogna scavare nell’ultimo rapporto [6] del FMI, fino a una nota a pié di pagina 7. Qui si legge che «includendo la componente reale degli interessi capitalizzati, il deficit complessivo diventa circa lo 0,8% del PIL». Tradotto, il governo Milei esclude dai conteggi sul deficit tutta una serie di interessi sui debiti, che prima o poi dovrà ripagare a banche e investitori. Ciò vuol dire che il Paese non solo ha più uscite che entrate, ma è anche indebitato per coprire questo deficit. In linea coi dettami neoliberisti, che trovano nel FMI il massimo sponsor [7], il governo Milei contrae nuovi debiti effettuando forti tagli alla spesa pubblica. A pagare le conseguenze sono milioni di cittadini che vivono in uno stato di povertà. Le stime di diversi istituti, a partire dalla Universidad Católica Argentina (UCA), smentiscono i risultati sbandierati dal governo in tema di lotta alla povertà e disuguaglianze. I calcoli dell’INDEC (l’ISTAT argentino) sarebbero infatti basati su modelli di consumo di oltre vent’anni fa, non più fedeli alle spese realistiche dei nuclei familiari. Adeguando le stime si otterrebbero 4 milioni di famiglie povere (il doppio di quelle dichiarate dai calcoli ufficiali), circa il 39% del totale, che devono fare i conti con salari inadeguati e servizi ridotti all’osso. Nel frattempo i grandi capitali si sfregano le mani, nell’attesa di riscuotere gli interessi sui prestiti concessi.

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.