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Il governo ha stanziato altri 100 milioni per tenere in vita l’EX Ilva di Taranto

Da Palazzo Chigi arrivano altri 100 milioni di euro ad Acciaierie d’Italia (ADI), la società che attualmente gestisce l’Ex Ilva di Taranto. L’aiuto economico è stato infilato nel decreto-legge approvato [1] venerdì scorso dal governo Meloni. Si aggiunge alla serie di prestiti avviati nel 2024, quando ADI è finita in amministrazione straordinaria per insolvenza. A Roma si cerca disperatamente un acquirente per rilevare l’impianto tarantino e continuare la produzione siderurgica, nonostante i disastri ambientali e sanitari causati negli anni. Le trattative avrebbero dovuto concludersi ad aprile, ma un mese dopo il ministro Urso è ancora a caccia dell’offerta giusta. Il governo non è solo e può contare su un alleato ritrovato a Bruxelles: la Commissione di Ursula von der Leyen, che di fronte alla richiesta di autorizzazione del prestito non ha battuto ciglio e ha accettato, nonostante le tante zone d’ombra.

Supera ormai il miliardo di euro la cifra complessiva che il governo italiano ha deciso di destinare alle casse di Acciaierie d’Italia. Prima il prestito da 320 milioni approvato nel luglio del 2024, pochi mesi dopo l’entrata in amministrazione straordinaria, poi i 350 milioni di euro tra maggio e agosto 2025. A fine anno sono stati concessi altri 149 milioni, arrivati soltanto a metà aprile alla società che avrebbe dovuto “rivoluzionare” l’impianto tarantino con una partnership tra pubblico e privato. Pochi giorni dopo il governo Meloni ha autorizzato un nuovo prestito, infilato nel decreto carburanti di venerdì scorso: 100 milioni di euro subito e altri 140 milioni entro luglio. In tutto fanno un miliardo e sessanta milioni di euro di soldi pubblici prestati ad Acciaierie d’Italia, la società gestita al 68% dal colosso privato ArcelorMittal e in via residuale dallo Stato italiano.

Nonostante la congiuntura attuale, tra crisi economica dell’impianto e governo guidato dai “sovranisti”, l’ipotesi della nazionalizzazione e di una riconversione capace di chiudere la stagione dei disastri sanitario-ambientali non è mai decollata. Si attende dunque un compratore, ma la strada è in salita, e il passato fatto di promesse e fallimenti non conforta. Se e quando la procedura di vendita sarà completata, Acciaierie d’Italia dovrà attingere dall’incasso e ripagare i prestiti statali, che in questi mesi di produzione ridotta stanno coprendo le spese correnti, come lo stipendio dei dipendenti e la manutenzione. Ad oggi, dei 7320 lavoratori quasi 3mila risultano in cassa integrazione.

Nel caso in cui i fondi non dovessero bastare sarà il nuovo gestore dell’Ex Ilva di Taranto a ripagare il debito. Un onere che si aggiunge alla presentazione di un nuovo piano industriale e agli interventi infrastrutturali necessari a mitigare i rischi sanitario-ambientali, come stabilito di recente dal Tribunale di Milano. In questa sede gli abitanti di Taranto hanno ottenuto l’ennesima vittoria [2] giudiziaria, che però in assenza di un’implementazione seria non ferma la spirale di morte e precarietà sul territorio.

I giudici milanesi riprendono i dati sanitari sull’incidenza dei tumori e sulla mortalità, in eccesso rispetto alla media nazionale, soprattutto nei quartieri che circondano l’acciaieria più grande d’Europa: Tamburi, Paolo VI e la Città Vecchia. Uno degli interventi segnalati dal Tribunale di Milano riguarda gli impianti della cokeria, dove avviene la trasformazione del carbone in combustibile per gli altiforni. Gli adeguamenti strutturali, volti a contenere la fuoriuscita di gas e polveri, dovranno aggiungersi alla manutenzione straordinaria iniziata a gennaio e ancora in corso. Quest’ultima riguarda la sostituzione di un reattore della cokeria e avrebbe dovuto essere completata entro il 30 aprile, ma i ritardi accumulati hanno fatto slittare la data a non prima di luglio.

I lavori della cokeria non sono gli unici a violare la data limite del 30 aprile, più volte menzionata nei documenti presentati da Palazzo Chigi all’Unione europea per ottenere il via libera all’ultimo prestito da 240 milioni di euro. Quest’ultimo, come i precedenti, ricade infatti nella casistica degli aiuti di stato, sottoposti a una ferrea disciplina europea. Per evitare sanzioni, l’Italia ha dunque chiesto l’autorizzazione a procedere a Bruxelles, che senza battere ciglio ha accettato, ritenendo che la misura non violi la normativa UE.

«Mentono entrambi» — tuona Luciano Manna, volto storico dell’attivismo tarantino, che su VeraLeaks denuncia [3]: «l’Italia ha fornito dati farlocchi e la Commissione europea non li ha mai verificati». A partire dalle operazioni di vendita. «L’11 dicembre 2025 — scriveva [4] a febbraio la Commissione nella lettera di autorizzazione al prestito — sono state presentate due proposte di acquisizione, una da Bedrock Industries e l’altra Flacks Group. L’Italia ora prevede di completare il processo di vendita entro la fine di aprile 2026». Un mese dopo, di accordi non c’è neanche l’ombra. Anzi, il ministro del Made in Italy Adolfo Urso durante un recente question time in Parlamento ha dichiarato che «altri soggetti stanno mostrando interesse per l’Ex ILVA e potrebbero presentare un’offerta».

«Entro maggio 2026 — si legge nella lettera della Commissione — il beneficiario prevede di raggiungere le condizioni operative richieste dal potenziale acquirente, vale a dire due altiforni attivi e una produzione di acciaio di almeno 160mila tonnellate al mese». Peccato che al momento risulta attivo solo l’altoforno 2 e i lavori dell’altoforno 4 sono ancora fermi, senza avere una data certa per il suo ripristino.

La Commissione ha dunque dato il suo via libera sulla base di previsioni mal verificate, tradendo i percorsi di tutela ambientale e sanitaria avviati negli anni per la cittadinanza di Taranto. Nella lettera destinata a Palazzo Chigi, la Commissione ricorda che «dal 2013 è in corso una procedura di infrazione contro l’Italia relativa al mancato recepimento e alla non corretta attuazione della direttiva 2010/75/UE», riguardante le emissioni industriali, come quelle provenienti dallo stabilimento di Taranto. Emerge un paradosso, dove l’Unione europea, con una mano illude i cittadini e bacchetta verbalmente l’Italia, e con l’altra avalla la violazione dei diritti umani.

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.