Vivo sepolta tra i sassi, alla base di un acero rosso. Nessuno si occupa di me, tutti ammirano le fronde ampie e caduche del mio albero, cangianti ora in maggio e potenti come una pioggia persistente di colore che vibra al vento sottile.
Mi godo questa operosa solitudine, nutro una certa concezione di me stessa, avvoltolata come sono nella terra in forma di quadrato, per dare consistenza e sicurezza a chi mi sovrasta, soprattutto quando vuole oscillare e inchinarsi.
Lui, il cedro che imbeve delle sue essenze il nord America, le contrade nipponiche e l’ antica Grecia, simbolo della guerra e della paura che incute, tramite Fobos, il suo dio e Deimos, il di lui fratello.
Non ho timore però del suo potere, non temo gli incantesimi di bellezza che un Acer rubrum è in grado di attivare.
Sono perfettamente consapevole che nell’acero rivivono forze simboliche, che Alessandro Magno vi faceva sacrifici per scongiurare le sconfitte, che Armonia era la sorella di quei due dèi e che quindi l’acero, campione di un ordine arcano, spande musiche nel cielo.
Scrive Ave Appiano nel suo libro Bellezza e verità (ed. Cartman 2024) che «l’acero ci insegna ad affrontare il panico con lucidità, a guardare in faccia la paura con distacco, lasciarla scivolare via come la chioma dell’albero al vento e a sopportare la sofferenza con eccelsa superiorità».
Sono dunque una oscura radice che, come molta gente ignota ai più, manda però avanti e sostiene la vita e la storia.
Io umile e forte tua base, rosso albero del piano di sopra, ti prego difendimi, curami, amami e concimami perché nell’ignoto possa permanere a darti forza e sostegno.
‘Tetragona’ la mia forza, quadrata appunto come dice l’etimologia, perché esponenziale è il mio crescere, tenace e matematico il mio sviluppo rizotomico.
Potente ma solitaria, indispensabile ma ignota ai più. Sepolta ma viva. Tutto questo perché anch’io, radice dell’albero, tenacia del pensiero, faccio parte dell’ anima del mondo.