- L'INDIPENDENTE - https://www.lindipendente.online -

Solo nel mese di aprile i Paesi europei hanno comprato 1,7 miliardi in energia dalla Russia

Nonostante un calo nei volumi di esportazione, lo scorso mese i ricavi russi da esportazioni di combustibili fossili hanno raggiunto i 733 milioni di euro al giorno, il livello più alto degli ultimi due anni e mezzo. A contribuire a tale aumento è anche l’UE, che ad aprile 2026 ha ingrossato i portafogli moscoviti di 1,7 miliardi di euro, risultando il quarto maggiore acquirente di idrocarburi dalla Federazione. Un risultato diretto della guerra israelo-statunitense in Iran e della conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran, che cela una verità scomoda per l’Unione: Bruxelles è ancora lontana dal raggiungimento dell’autonomia energetica, e continua a dipendere dalle importazioni da Mosca. Davanti a quella che pare sempre più come un’evidenza l’UE rimane fedele alla linea, e conferma «l’impegno incrollabile» di supportare l’Ucraina e sanzionare la Russia, mentre USA e Regno Unito hanno disposto un fermo delle misure contro gli idrocarburi moscoviti per fare respirare il mercato.

I dati sulle esportazioni del gas russo nell’aprile del 2026 arrivano dal bollettino [1] mensile del Crea, il Centro di Ricerca sull’Energia e l’Aria pulita. Secondo l’istituto, davanti a un -7% nei volumi di esportazione, i ricavi russi per la vendita di idrocarburi all’estero sono aumentati del 4% su base mensile. I Paesi che hanno acquistato più combustibili russi si confermano Cina e India, che hanno importato rispettivamente 7,3 miliardi di euro e 5 miliardi di euro in idrocarburi russi; entrambi i Paesi, tuttavia, hanno diminuito notevolmente le importazioni, tanto in termini volumetrici quanto in termini economici. A trainare la crescita dei ricavi sono piuttosto Turchia e Unione Europea, che a fronte di una riduzione del volume delle importazioni hanno rispettivamente acquistato idrocarburi russi per un valore del 57,89% in più e del 17,24% in più rispetto a marzo.

Con i suoi 1,7 miliardi di euro, l’UE ha rappresentato quasi il 10% dei ricavi da esportazione della Russia provenienti dai primi cinque importatori. Il 59% delle importazioni dell’UE era costituito da GNL e un altro 30% da gasdotto. Il restante 11% era costituito da petrolio greggio. Crea rimarca come «nonostante l’introduzione del regolamento REPowerEU (UE) 2026/261, che vieta gli acquisti sul mercato spot a partire dal 25 aprile 2026, gli acquisti mensili di GNL russo da parte dell’UE sono rimasti elevati», tanto direttamente dalla Russia, quanto da Paesi terzi, come Turchia e Georgia; inoltre, per quanto le importazioni siano diminuite in termini volumetrici, tale dato è viziato dal dimezzamento delle importazioni da parte della Spagna. A ciò si aggiunge la riapertura dell’oleodotto Druzhba, che trasporta petrolio greggio russo verso Ungheria e Slovacchia, le cui attività sono riprese il 23 aprile dopo quasi tre mesi di inattività: pur rimanendo operativo per una sola settimana, il flusso dall’infrastruttura ha generato 27 milioni di euro al giorno; con tale ritmo, se fosse stata operativa l’intero mese, sarebbe valsa alla Russia oltre mezzo miliardo di euro in più rispetto a quanto le è entrato, e un totale di 810 milioni di euro su base mensile.

Proprio l’Ungheria e la Slovacchia sono due dei Paesi europei che hanno acquistato più idrocarburi russi in UE. I due Stati si collocano rispettivamente al secondo e quarto posto; la medaglia d’oro per le importazioni è andata alla Francia, mentre quella di bronzo al Belgio. Tanto l’Ungheria quanto la Slovacchia, inoltre, sono ancora fortemente dipendenti dalle importazioni di combustibili russi. La stessa chiusura dell’oleodotto Druzhba da parte dell’Ucraina aveva provocato uno scontro diplomatico tra i due Paesi e Kiev, spingendo Budapest e Bratislava a congelare l’erogazione di elettricità verso l’Ucraina e la sola Ungheria a bloccare le sanzioni alla Russia. La situazione si è sbloccata con la vittoria del nuovo premier ungherese Magyar [2] alle elezioni legislative.

La fine dello stallo diplomatico tra Ungheria e Ucraina non cambia la realtà dei fatti: l’UE è ancora lontana dal raggiungimento di una piena autonomia sul fronte energetico, tanto in fatto di produzione domestica quanto in termini di approvvigionamento dall’estero, e per tale motivo è ancora costretta a comprarla dai russi. I ministri dei 27 restano comunque della loro posizione: «Rimaniamo saldi alle nostre sanzioni sulle importazioni di gas e petrolio russo», ha affermato ieri Paula Pinho, portavoce principale della Commissione. Eppure lo scorso marzo, nel pieno della guerra israelo-statunitense contro l’Iran, la Commissione Europea ha deciso di posticipare [3] la presentazione della proposta di legge per vietare in modo permanente le importazioni di gas russo, che avrebbe dovuto essere discussa lo scorso 15 aprile. Insomma, tra proposte legislative e aumento degli acquisti, per quanto riguarda le importazioni di energia dalla Federazione, l’UE predica una cosa per fare l’opposto.

Quello che traspare dalla contraddittorietà delle azioni europee è – quanto meno – un tentativo di tenere il proverbiale piede in due scarpe: da una parte, l’UE vuole mantenere la sua posizione di «incrollabile sostegno all’Ucraina», dall’altra non può fare a meno del gas russo. Non è da escludersi, inoltre, che nei salotti di Bruxelles le posizioni dei singoli Paesi non siano così concordi come la Commissione vuole fare credere e che sia in corso un silente scontro interno per capire come barcamenarsi nelle attuali crisi geopolitica, finanziaria ed energetica globale. Nel frattempo gli Stati Uniti hanno annunciato [4] una proroga alle esenzioni delle sanzioni ai Paesi che importano petrolio russo. Annunciata originariamente all’inizio di marzo, la deroga temporanea alle sanzioni è stata rinnovata per la prima volta ad aprile, appena due giorni dopo che il Dipartimento del Tesoro aveva dichiarato alla Casa Bianca di non avere intenzione di estendere l’alleggerimento; quest’ultima estensione varrà per altri 30 giorni, e ha spinto il Regno Unito [5] a emulare Washington. Anche in questa occasione, l’UE non ha perso l’occasione per riaffermare il proprio sostegno all’Ucraina, con Valdis Dombrovkis, Commissario europeo per l’Economia, che ha affermato che l’UE è contraria a un allentamento della pressione sulla Russia che, «anzi, va rafforzata».

Avatar photo

Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.