«A nome del Governo italiano ho appena chiesto formalmente di includere nella prossima discussione dei Ministri degli Esteri UE l’adozione di sanzioni contro il ministro per la Sicurezza nazionale israeliano Ben-Gvir per gli inaccettabili atti compiuti contro la Flotilla». Queste parole, così nette, le ha pronunciate nientemeno che il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani. È essenziale capire l’enormità delle parole di Tajani a confronto di quanto il governo Meloni non aveva fatto fino ad oggi. Infatti, quello italiano, è tra i governi europei che più si erano spesi per garantire l’impunità ai massacratori israeliani. La premier aveva bloccato ogni iniziativa europea per sanzionare il governo israeliano, il vicepremier Salvini aveva ritirato [1] con orgoglio il premio come “miglior amico di Israele”, lo stesso Tajani si opponeva fermamente alle sanzioni definendole «una misura velleitaria». Aver costretto, anche se solo per necessità e calcolo, il governo italiano a cambiare posizione è un risultato enorme, uno spartiacque che può modificare le politiche europee verso Israele: e il merito va tutto agli attivisti della Global Sumud Flotilla, insieme a quello – non meno importante – di aver riportato il tema al centro dell’agenda mediatica.
È bene dirlo con forza, perché in questi giorni troppe voci si sono levate a cercare di screditare l’azione degli attivisti della Flotilla. Si stava diffondendo un vergognoso rumore di fondo, alimentato ad arte da pagine e influencer finti indipendenti, che li dipingeva come megalomani in cerca di visibilità o che cercava di screditarne l’azione con false accuse, come quella di non avere a bordo aiuti umanitari per la popolazione di Gaza. Una disinformazione alimentata anche dai giornali di regime che manganellano il movimento per conto dello stesso governo Meloni.
Appena due giorni fa Mario Sechi, passato direttamente dal ruolo di portavoce della Meloni a direttore di Libero, scriveva [2] queste disgustose parole: gli organizzatori della Flotilla sono provocatori che non portano aiuti a Gaza, ma recitano la parte delle vittime in un teatrino estremista che indebolisce le democrazie europee usando l’odio come collante politico. Il tutto facendo finta di dimenticare che le reali intenzioni della Flotilla sono chiare da tempo: non certo l’illusione di poter risolvere una gigantesca crisi umanitaria con qualche cartone di aiuti, ma dimostrare ai palestinesi la solidarietà dei popoli e soprattutto costringere i governi occidentali ad agire contro il genocidio.
Certo, non bisogna nemmeno farsi prendere in giro. Non c’è dubbio che l’azione italiana sia opportunistica. Il tentativo è quello di superare le polemiche sacrificando il ministro Ben-Gvir come capro espiatorio, come se fosse un Delmastro o una Santanchè qualunque. E si tratterà di una misura puramente ipocrita se non accompagnata da altre azioni concrete che il governo italiano potrebbe prendere per cercare di fermare Israele.
Ci permettiamo di suggerirne una manciata. Misure semplici, in linea con le leggi e la Costituzione, per le quali basterebbe un livello di coraggio politico che anche il governo italiano potrebbe trovare:
- Impedire che porti e aeroporti italiani vengano utilizzati per trasportare materiale bellico destinato a Tel Aviv, smettendo di rendersi attivamente complici – come ancora oggi avviene [3] – delle guerre e dei massacri israeliani;
- Interrompere il commercio con le colonie illegali israeliane (come già richiesto [4] da 9 Paesi europei);
- Riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina (già riconosciuto da 157 dei 193 stati membri delle Nazioni Unite, inclusi 17 Paesi UE);
- Appoggiare la revoca dell’Accordo di associazione UE-Israele (misura che proprio Italia e Germania stanno bloccando da mesi a Bruxelles);
- Ritirare il proprio ambasciatore a Tel Aviv fino a quando Israele non rispetterà il diritto internazionale (come già fatto dalla Spagna);
- Impegnarsi a rispettare il mandato di cattura [5] per “crimini di guerra e contro l’umanità” emesso dalla Corte Penale Internazionale nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
La strada è ancora lunga e tortuosa, ma la Global Sumud Flotilla – insieme agli altri movimenti come quello BDS (per il boicottaggio dei prodotti complici di Israele) e dei lavoratori che bloccano le armi dirette a Israele nei porti – segna la via: l’azione dei cittadini è l’unica chiave possibile per costringere i governi occidentale a recidere la propria complicità contro la barbarie israeliana. Impegnarsi tutti, ognuno secondo le proprie possibilità, è il miglior modo per rendere il giusto onore al coraggio delle donne e degli uomini che abbiamo visto inginocchiati e trattati come bestie – cioè come palestinesi – da parte dei criminali israeliani.