Blocchi stradali, cortei, barricate: in Bolivia è esplosa la protesta contro il governo, in carica da appena sei mesi. Dall’inizio di maggio, diverse sigle sindacali e categorie di lavoratori, dagli insegnanti ai contadini, stanno occupando le strade del Paese, in una manifestazione di dissenso che ha presto assunto la portata di un movimento nazionale – tale da scatenare l’allarme anche a Washington. Sarebbero almeno quattro le persone morte durante le proteste, centinaia quelle arrestate, mentre alcune attività, incluse le banche, hanno preferito chiudere. Nella giornata di oggi, mentre una grande marcia si dirigeva su La Paz, il governo boliviano ha espulso l’ambasciatrice colombiana, aumentando la tensione tra i due Paesi.
I blocchi stradali hanno comportato l’interruzione dei rifornimenti, tanto che è stato necessario organizzare un ponte aereo con l’Argentina per inviare [1] generi alimentari verso La Paz. Le rivendicazioni vanno dalla richiesta di salari più alti per varie categorie fino alle proteste per la carenza di carburante, mentre i gruppi contadini e dei popoli originari si oppogono alle riforme agrarie, che non farebbero altro che favorire i grandi proprietari terrieri. La mancanza di carburante rappresenta [2] un problema di lunga data nel Paese, frutto di mancati investimenti nello sviluppo di competenze interne dopo la nazionalizzazione delle risorse operata da Morales durante il suo mandato, fattore che, insieme al calo degli investimenti stranieri, ha portato a una forte diminuzione delle estrazioni.
Le proteste sono cominciate nei primi giorni di maggio e hanno presto coinvolto varie categorie sociali tra sindacati, lavoratori, minatori e contadini, trasformandosi in un movimento nazionale e raggiungendo una portata tale da preoccupare anche gli USA, che ha definito le proteste un «colpo di Stato». «Gli Stati Uniti sostengono fermamente il legittimo presidente della Bolivia. Non consentiremo a criminali e trafficanti di droga di rovesciare i leader democraticamente eletti nel nostro emisfero» ha dichiarato [3] il segretario di Stato americano Marco Rubio. D’altronde, il neoeletto presidente Rodrigo Paz ha ripetutamente strizzato l’occhio a Washington, dichiarando sin da subito di voler «costruire una relazione stretta con uno dei governi più importanti al mondo». Il suo piano economico prevede una revisione dei sussidi ai carburanti, incentivi agli investimenti stranieri e una decentralizzazione amministrativa che favorisca le regioni più produttive: di fatto, un ritorno al pragmatismo neoliberale e all’austerità in piena regola, che sancisce definitivamente la fine di vent’anni di socialismo che hanno segnato il Paese – al netto delle scissioni interne al MAS (Movimiento al Socialismo), il partito fondato dall’ex presidente nativo Evo Morales.
In linea con quanto sostenuto da Washington, il governo non ha esitato a dichiarare che a fomentare le proteste sono gurppi «violenti» mossi da interessi politici. La repressione violenta messa in atto dalle autorità avrebbe già causato quattro morti, secondo i media locali, appartenenti alle comunità di Ingavi ed El Alto. Ieri, Paz ha tenuto un discorso nel quale ha dichiarato che procederà a un rimpasto di governo a seguito delle proteste che da settimane scuotono la Bolivia, ma non ha specificato modalità e tempi. Nel frattempo, ha espulso l’ambasciatrice colombiana, Elizabeth Garcia, con l’accusa di «ingerenze negli affari interni», dopo che il presidente colombiano Gustavo Petro ha definito le proteste una «insurrezione popolare». «Stiamo scivolando verso l’estremismo» ha dichiarato Petro, in merito a quanto accaduto. Sui social, l’ex presidente nativo Evo Morales ha commentato [4] l’espulsione dell’ambasciatrice colombiana sottolineando come lo stesso trattamento non venga riservato ai diplomatici USA, israeliani, europei, argentini e di vari altri Paesi «governati da destristi sottomessi a Trump che sostengono la repressione del popolo boliviano».
Subito dopo il discorso di Paz, la Central Obrera Boliviana (COB, la Centrale Operaia della Bolivia), il principale sindacato del Paese che riunisce al suo interno varie sigle, ha convocato una grande marcia per oggi, giovedì 21 maggio, per una mobilitazione «in difesa del nostro popolo e delle richieste di tutte le boliviane e i boliviani». L’appello, lanciato al termine di una conferenza del sindacato e rilanciato sui social, prevedeva la partenza da El Alto per dirigersi verso il centro della capitale. Il messaggio della COB è chiaro: Paz deve rinunciare al suo mandato.