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Il nuovo rapporto sulle carceri italiane disegna una realtà sempre più lontana dalla Costituzione

Sono solo 22 gli istituti penitenziari italiani dove la presenza di detenuti rientra nei limiti massimi della struttura. Tutti gli altri registrano problemi di sovraffollamento, che in almeno 8 casi supera il 200%. È quanto emerso dall’ultimo rapporto dell’associazione Antigone, che delinea «un sistema penitenziario sempre più lontano dal dettato costituzionale». L’associazione spiega come, al 30 aprile, i detenuti presenti nelle carceri italiane fossero in totale 64.436, a fronte di una capienza regolamentare di 51.265 posti. Le iniziative del governo, tra invenzione di decine di nuovi reati e aumento delle pene, non aiutano la situazione – soprattutto al fronte del fatto che ad un maggiore sovraffollamento non corrisponde un aumento del tasso della criminalità, che risulta addirittura in calo nei primi mesi del 2025. A peggiorare la situazione vi è inoltre il fatto che, per la prima volta, il sistema delle misure alternative registra un rallentamento, se non un vero e proprio arretramento.

Il nuovo rapporto di Antigone è stato presentato [1] ieri, 19 maggio. Si tratta della ventiduesima edizione [2], intitolata “Tutto chiuso”, la quale fa riferimento al 2025. Il rapporto, spiega l’associazione, è stato redatto alla luce di 102 visite svolte in tutta Italia dai membri dell’osservatorio. Secondo Antigone, «l’emergenza resta il sovraffollamento», tanto nel 2025, quanto oggi: nonostante il piano carceri [3] del governo Meloni sia in piedi da un anno e mezzo, i posti disponibili nel sistema penitenziario sono diminuiti. Al 30 aprile 2026 il tasso di sovraffollamento reale aveva raggiunto il 139,1%, con 73 strutture che hanno toccato o superato quota 150% e 8 sopra il 200%: si parla di 64.436 detenuti, di cui 2.844 donne (il 4,4% dei presenti) e 20.307 stranieri (il 31,5%). Da fine marzo, rimarca Antigone, «la crescita è stata particolarmente significativa», pari a 439 persone in più in un mese, «a fronte di un aumento delle presenze negli ultimi 12 mesi di 1.991 unità», e di 1.148 nei 12 mesi precedenti. A riconoscere la criticità della situazione sono stati gli stessi tribunali di sorveglianza, che dal 2018 al 2024 hanno accolto oltre 30.000 ricorsi riconoscendo i «trattamenti inumani o degradanti» inflitti ad altrettanti detenuti, a cui non viene riconosciuto lo spazio minimo di 3 metri quadri a persona.

A stupire è il fatto che di fronte alla crescita delle presenze il numero di ingressi in carcere è in diminuzione: dai 43.489 del 2024, si è passati a 42.005 nel 2025; cala, analogamente, il numero di persone in custodia cautelare (il 24,1% del totale), a fronte di un aumento dei detenuti che scontano una condanna definitiva. «La costante crescita delle presenze in carcere non si spiega dunque né con un aumento degli ingressi, né con un maggior ricorso alla custodia cautelare. Il discorso è diverso se si guarda alla durata delle pene». Secondo Antigone, insomma, davanti a una diminuzione delle entrate e del tasso di criminalità, il maggiore sovraffollamento sarebbe spiegabile volgendo lo sguardo agli interventi normativi: dall’inizio della legislatura, il governo Meloni ha introdotto oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena. A comprovare questa ipotesi, arriva il fatto che «le persone detenute per scontare una condanna definitiva alla fine del 2025 avevano in media una pena più lunga rispetto ad un anno prima». Di fronte a questo quadro, sono aumentati i giovani e i giovanissimi in carcere, e le misure alternative al carcere hanno subito una battuta d’arresto; a oggi, sarebbero 25mila le persone che potrebbero usufruirne.

A mancare ai detenuti non è solo lo spazio, ma anche l’accesso a servizi strutture dignitose: nel corso delle visite, Antigone ha documentato che il 52% delle strutture non aveva una doccia in cella, il 10,9% era priva di riscaldamento, e il 46,1% non garantiva acqua calda tutto il giorno; critica anche la quesitone degli spazi comuni, con il 30,7% delle strutture prive di spazi per le lavorazioni, il 30,4% senza aree verdi per i colloqui e il 18,6% che non garantiva l’accesso settimanale a un campo sportivo; nel 47,1% degli istituti visitati vi erano inoltre spazi comuni non in uso al momento della visita. Le scarse condizioni detentive si aggiungono alla mancanza di politiche di reinserimento sociale dei detenuti, tanto che meno del 30% della popolazione detenuta lavora, meno dell’8% ha frequentato un corso professionalizzante e solo il 3% segue un corso di laurea.

Parallelamente, poche carceri garantiscono colloqui intimi, e i detenuti sotto regime di alta sicurezza superano le 9.000 unità; aumenta inoltre il ricorso all’isolamento, con un +171% rispetto a sei anni fa e un +42% rispetto al 2024. L’assenza di politiche di reinserimento, la condizione fatiscente delle strutture, il sovraffollamento e il ricorso a misure di detenzione rigide non possono che impattare sulle condizioni psicologiche dei detenuti: secondo Antigone, il 46,5% delle persone detenute farebbe uso di sedativi o ipnotici, mentre il 21% utilizzerebbe antipsicotici e antidepressivi; un detenuto su cinque compirebbe gesti di autolesionismo e 82 persone si sono suicidate, per circa 13 casi ogni 10.000 persone.

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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.