- L'INDIPENDENTE - https://www.lindipendente.online -

Gli effetti della guerra di Trump stanno portando al rialzo dei tassi sui mutui

Tra gli effetti della guerra scatenata da USA e Israele in Iran non c’è solo il rincaro dei prezzi energetici, ma un aumento generale dell’inflazione che sta progressivamente portando anche a un incremento dei tassi variabili sui mutui. A rilevarlo è l’Associazione bancaria italiana (Abi) che nel suo ultimo rapporto mensile [1] evidenzia come ad aprile il tasso medio applicato dalle banche sui nuovi mutui è salito al 3,43%, vale a dire sei centesimi in più rispetto al mese precedente. Secondo Gianfranco Torriero, vicedirettore di Abi, sono i «primi segnali» di una tendenza destinata a crescere: questo è il motivo per cui, entro la fine dell’anno, le tariffe dei tassi variabili dei mutui potrebbero uguagliare quelle dei tassi fissi. Il che rappresenta anche un rischio per il mercato immobiliare che potrebbe essere indebolito proprio dall’aumento dei tassi in una fase di ripresa dopo due anni di contrazioni.

L’aumento dei tassi variabili è strettamente correlato all’andamento dell’indice Euribor a tre mesi, mentre i tassi fissi hanno come riferimento l’indice Irs a 30 anni. Attualmente, l’indice a cui fanno riferimento le banche per stabilire gli interessi variabili sulle rate dei prestiti ipotecari è passato dal 2% al 2,25%, ma nel prossimo futuro la situazione potrebbe peggiorare, in quanto – secondo le previsioni degli analisti – tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027 l’Euribor è previsto al 2,8%. Ad oggi resta ancora ben marcata la distanza tra tasso fisso e variabile, con il primo che con la soluzione “green” si attesta oltre il 3%. Tuttavia, secondo il responsabile dello sviluppo aziendale di MutuiSupermareket, Guido Bertolino, «il gap si andrà a colmare nel giro di 6-7 mesi».

A contribuire all’innalzamento delle tariffe dei tassi variabili potrebbe aggiungersi la decisione della Banca centrale europea (BCE) di alzare il costo del denaro, dopo lo stop deciso ad aprile, con lo scopo di contenere l’inflazione. Nel suo ultimo rapporto Deutsche Bank ipotizza una stretta monetaria almeno fino a settembre 2026, prevedendo un aumento dell’indice dei prezzi al consumo armonizzato a livello europeo del +3,1% quest’anno e del +2,5% nel 2027, ossia due punti percentuali in più rispetto al periodo pre-conflitto. Quando l’inflazione aumenta oltre la soglia stabilita (solitamente il 2%), le banche centrali alzano il costo del denaro per disincentivare la richiesta di credito e ridurre così la quantità di denaro in circolazione: ecco perché emergono anche i timori di un calo sui prestiti che fino ad ora, invece, avevano registrato dati positivi. Abi ha certificato, infatti, che ad aprile i finanziamenti concessi a famiglie e imprese sono saliti del +2,7%, in linea con la tendenza registrata a partire dal marzo dell’anno scorso. Emergono tuttavia segnali di un’inversione di tendenza per i timori legati al prolungamento del conflitto e al possibile aumento del Tasso Ufficiale di Sconto applicato dalla BCE.

Ma come influisce la guerra in Iran sui tassi e sulle decisioni monetarie della BCE? Tutto parte dall’inflazione energetica causata dal blocco dello stretto di Hormuz da cui prima del conflitto transitava circa il 20% del petrolio globale, e il 30% di quello commerciato via mare. La chiusura parziale di questo snodo nevralgico ha provocato una riduzione nella disponibilità di idrocarburi e un loro aumento di prezzo che ha messo in difficoltà l’economia globale [2]. Ma i costi più alti dell’energia si sono riversati a loro volta anche su altri beni, come i fertilizzanti e i prodotti alimentari, determinando così un aumento generalizzato dei prezzi e, dunque, una perdita del potere d’acquisto: secondo gli ultimi dati Istat [3], ad aprile l’inflazione è salita a ­+2,7% trainata dai prezzi dei beni energetici e degli alimenti non lavorati, con rincari annui oltre il 20%. Tutto ciò potrebbe spingere la BCE a rivedere il tasso di sconto e influisce sull’andamento dell’indice Euribor che aumenta.

Lo scenario complessivo prospetta un rischio concreto di rallentamento dell’economia, determinato anche dalla possibile crisi del settore immobiliare, che si trovava in una fase di ripresa dopo due anni di flessione. Nel 2025, infatti, i finanziamenti concessi in questo settore hanno superato quota 404mila, il 18,8% in più rispetto al dato dell’anno precedente, ma di fronte ad un contesto caratterizzato da incertezza prolungata non è esclusa una virata verso la contrazione. Il che si traduce naturalmente in un rischio maggiore soprattutto per l’economia italiana e europea, già gravata da anni dall’aumento dei costi energetici e dal peso della deindustrializzazione.

Avatar photo

Giorgia Audiello

Laureata in Economia e gestione dei beni culturali presso l'Università Cattolica di Milano. Si occupa principalmente di geopolitica ed economia con particolare attenzione alle dinamiche internazionali e alle relazioni di potere globali.