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I dirigenti che sostengono le IA vengono sempre piú fischiati dagli studenti

Negli Stati Uniti è consuetudine celebrare le lauree con una cerimonia formale di consegna dei diplomi accompagnata da un discorso inaugurale tenuto da ospiti illustri. Negli ultimi giorni, tuttavia, questi interventi motivazionali hanno attirato l’attenzione non tanto per la natura illuminata delle osservazioni sollevate, quanto per il tono di apertura con cui molti relatori accolgono – talvolta con entusiasmo – un futuro in cui il mondo del lavoro sarà profondamente rivoluzionato dall’intelligenza artificiale. Un messaggio che suscita un certo disagio tra gli studenti, pronti a entrare in un mercato sempre più precario e imprevedibile, e che dà vita a contestazioni vocali da parte delle nuove generazioni.

Da quando Steve Jobs ha fatto la storia con il suo celebre “Stay hungry, stay foolish” alla Stanford University, salire sul podio per pronunciare un discorso ispirazionale agli studenti è diventato un vero status symbol. CEO e dirigenti si mostrano entusiasti di raccontare la propria visione del futuro, di presentarsi come guru visionari e di plasmare a loro immagine la prossima generazione di lavoratori. Tuttavia, la prospettiva dei grandi manager appare spesso distante dalla realtà sociale, incapace di cogliere il malessere diffuso e le contraddizioni di un sistema economico che, come sostiene l’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis, tende verso una forma di tecnofeudalesimo. E i giovani, non mancano di evidenziare il loro scontento.

L’8 maggio Gloria Caulfield, dirigente del settore immobiliare specializzata nelle partnership in ambito sanitario, ha sperimentato sulla propria pelle [1] la tensione che circonda oggi il tema dell’intelligenza artificiale. Invitata alla cerimonia di laurea dell’Università della Florida Centrale e della Scuola di Comunicazione e Media Nicholson, dopo aver citato a lungo Jeff Bezos come modello di successo a cui aspirare, ha proclamato con entusiasmo che «l’ascesa dell’intelligenza artificiale è la prossima rivoluzione industriale». Le sue parole hanno suscitato una prevedibile disapprovazione tra i neolaureati in arti e comunicazione – settori che si percepiscono [2]come fra i più impattati dall’avvento dell’IA generativa – che vi hanno letto non un messaggio di speranza, ma un segno di cinismo imprenditoriale e distacco dalla realtà. Le contestazioni, tanto vivaci da interrompere il discorso, hanno lasciato l’oratrice visibilmente scioccata. 

Questo spaccato si è ripetuto in forma ancora piú enfatizzata ieri, domenica 17. Erick Schmidt, storico ex CEO di Google, si è presentato [3] all’Università dell’Arizona per offrire una lettura sull’intelligenza artificiale. Il celebre manager ha aperto il suo discorso facendo leva su di un parallelismo, ovvero ricordando come la sua gioventú é stata caratterizzata dall’ascesa dei personal computer, una rivoluzione che si è dimostrata essenziale a «democratizzare la conoscenza», ma che «ha anche degradato la piazza pubblica. Premiato i contenuti oltraggiosi. Amplificato i nostri peggiori istinti». Dichiarazioni che si collegano piú all’operato dei social media che ai PC in sé, ma che erano propedeutiche a incanalare il discorso verso un messaggio di speranza progressista: «il futuro non è finito, ora é il vostro turno di dargli forma»

Anche in questo caso, l’intero intervento è stato sommerso dai fischi e dalle contestazioni del pubblico, se non altro perché, a detta di Schmidt, «la domanda non è se l’IA modellerà il mondo – lo farà –, ma se voi contribuirete a modellarla». Un messaggio che, pur nelle intenzioni ottimistiche, suona come un ossimoro: il futuro è aperto, ma l’intelligenza artificiale rimane un destino inevitabile, lasciando ai neolaureati un ruolo subordinato. Anche volendo concedere buona fede alle intenzioni del discorso, è difficile ignorare come la posizione di Schmidt trascuri il fatto che molti professionisti e tecnici stiano giá [4] cercano di orientare l’IA verso un uso etico e sostenibile, ma che la dirigenza finanziaria tenda a ignorare, silenziare o licenziare chi si oppone ai suoi obiettivi. Emblematico è proprio il caso di Google, che nel 2020 ha liquidato [5] gran parte del proprio team etico dopo il rifiuto di attenuare i contenuti di un report sulle problematiche tecniche e sociali legate allo sviluppo della generazione attuale di IA.

Ciò che emerge da questi episodi è l’immagine di leader che sembrano aver vissuto troppo a lungo in una torre d’avorio, incapaci di cogliere come le nuove generazioni – le più digitalizzate di sempre – abbiano ormai compreso con lucidità come la ricerca di profitti sempre maggiori abbia distorto tecnologie che avrebbero altrimenti potuto migliorare il mondo. Mentre startup come OpenAI cercano di scrollarsi di dosso le proprie origini filantropiche per diventare pienamente società a scopo di lucro, molti giovani si avvicinano progressivamente al sentimento politico ottocentesco del luddismo: non una tecnofobia irrazionale, come spesso viene caricaturizzato, ma la consapevolezza che l’innovazione introdotta senza tutele rischia di servire soprattutto gli interessi delle élite, ampliando le disuguaglianze e peggiorando le condizioni del mondo lavorativo.

 

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Walter Ferri

Giornalista milanese, per L’Indipendente si occupa di analisi nel campo della tecnologia, dei diritti informatici, della privacy e dei nuovi media, indagando le implicazioni sociali ed etiche delle nuove tecnologie. È coautore e curatore del libro Sopravvivere nell'era dell'Intelligenza Artificiale.