C’è qualcosa di ironico nel destino dell’Austria. Un paese che la storia ha sempre trattato con una certa antipatia, eppure capace, in un’epoca non molto lontana, di dar prova di straordinaria abilità in quella che oggi chiamiamo “narrazione”. Qualcuno lo definì “l’ufficio stampa migliore del mondo”, e non a torto. Fu quello, in sintesi, che riuscì a convincere il resto del mondo che Ludwig Van Beethoven fosse austriaco e Adolf Hitler tedesco. Convinzione ormai passata alla storia. Anche se, in realtà, è esattamente il contrario.
Anche all’Eurovision, che quest’anno si è tenuto proprio in Austria, è importante saper gestire la propria comunicazione. Lo sa bene lo Stato di Israele che, negli ultimi anni, in particolare dopo il 7 ottobre 2023, ha investito milioni di euro per convincere il mondo a votare per i propri cantanti. Nel 2024, come ricostruito da un’inchiesta [1] del New York Times, il ministero degli esteri di Tel Aviv spese più di ottocentomila euro per promuovere il proprio artista in gara. Operazione puntualmente ripetuta nel 2025, quando Israele arrivò secondo nella classifica finale e addirittura primo nel televoto. Il tutto mentre dalle piazze di mezza Europa si chiedeva la sua esclusione dalla competizione per via di quella piccola questione irrisolta che gli esperti di diritto internazionale si ostinano a chiamare genocidio.
Tra le nazioni da cui arrivarono più voti per l’esibizione di Israele ci fu addirittura la Spagna, un paese talmente lontano dalle posizioni di Netanyahu e soci che quest’anno ha preferito non partecipare all’Eurovision pur di non condividere il palco con loro. Anche Islanda, Paesi Bassi, Irlanda e Slovenia si sono rifiutate di partecipare. Ma la loro protesta non è stata accolta dagli altri paesi. «Il governo israeliano si è appropriato dell’Eurovision», ha dichiarato il presidente della tv islandese Stefan Jon Hafstein. Come se si trattasse di una Cisgiordania qualunque.
A svelare il meccanismo usato da Israele per gonfiare il voto è stata la televisione pubblica finlandese Yle [2]. Nel 2025 l’artista israeliana in gara, Yuval Raphael, pubblicò su Youtube una serie di video promozionali nella lingua di ciascuno dei paesi partecipanti. In ogni clip compariva un invito esplicito: «Puoi votare fino a venti volte». Gli spazi pubblicitari erano stati acquistati dall’Israeli Government Advertising Agency, la stessa agenzia che in precedenza aveva comprato annunci su Google per screditare Francesca Albanese, accusandola di connivenza con il terrorismo.
Anche le ambasciate israeliane in tutta Europa avevano condiviso i video sui propri canali ufficiali. Mentre a New York, Times Square ospitava un cartellone luminoso che invitava i passanti a votare Israele. Perché lo fanno? Ovviamente non per vincere una competizione canora, bensì per dimostrare che il mondo è dalla loro parte. Se così tante persone votano per loro, significa che approvano quanto fatto da Israele in questi anni. Ai giorni nostri si dice “soft power”, perché “propaganda” ormai risulta scortese.

Colpisce che sia stata proprio la Finlandia a smascherare questa operazione. Un paese che con l’Eurovision ha un rapporto particolare, a causa di una esibizione avvenuta 20 anni fa che inizialmente scatenò diverse proteste e che si concluse con un trionfo.
Siamo nel 2006. Il festival si svolge ad Atene e la Finlandia, a sorpresa, decide di uscire dalle solite formule collaudate. Niente bionda eterea che canta dell’amore per le foreste innevate, niente ballerini seminudi accompagnati da un violino elettrico, niente elettrodance con dei ciccioni che fanno la sauna. Sul palco salgono i Lordi, una band heavy metal i cui componenti sono vestiti da mostri. Indossano armature di gomma, trucco da creature infernali e cantano una canzone dal contenuto vagamente blasfemo intitolata Hard Rock Hallelujah. Alla voce c’è Mr. Lordi, leader del gruppo, nei panni di un’orrenda creatura dal volto deturpato con ali di pipistrello. Lo affiancano Amen la mummia eterna alla chitarra, Awa la contessa fantasma alle tastiere, Ox il minotauro al basso e naturalmente Kita, il guerriero alieno che suona la batteria. Un’estetica che non aveva mai calcato il palco dell’Eurovision. Intendiamoci: siamo di fronte a un metal molto annacquato, nulla lontanamente paragonabile ai generi estremi che imperversano nei paesi scandinavi. Un norvegese medio lo userebbe tranquillamente come musica di sottofondo nei supermercati. Ma per l’Eurovision, evidentemente, basta e avanza a scatenare le proteste.

I mostri sul palco non piacciono. Già prima del festival, in Finlandia, alcuni leader religiosi avevano espresso preoccupazione per l’immagine che il paese avrebbe proiettato all’estero. I costumi e il testo apocalittico venivano interpretati come un segnale di decadenza morale dal messaggio vagamente diabolico. Le proteste più accese si verificarono tuttavia una volta arrivati in Grecia. Un gruppo di attivisti noto come Hellenes lanciò un appello formale al governo finlandese e agli organizzatori del concorso per impedire l’esibizione. Nel comunicato, i Lordi venivano definiti una band malvagia e satanica e dichiarati non graditi in terra ellenica. Terra ellenica la cui mitologia millenaria è popolata da mostri di ogni tipo, dalle Arpie a Cerbero passando per i Ciclopi, ma che evidentemente non può sopportare neanche per pochi minuti la visione di un minotauro che suona il basso. Alla fine i Lordi salirono sul palco lo stesso. Ed ebbero ragione.
Il successo è immediato. Il brano, a dispetto dell’iconografia terrificante della band, è un heavy metal melodico e allegro, con un ritornello orecchiabile a metà tra i Kiss e i Twisted Sister. La combinazione di riff martellanti, fuochi d’artificio e maschere spaventose cattura l’attenzione del pubblico e i Lordi vincono a mani basse la semifinale, qualificandosi per la serata finale del sabato.
Quello che accade dopo entra nella storia non tanto dell’Eurovision, ma dell’intera nazione. Hard Rock Hallelujah travolge la concorrenza con un punteggio record, stacca nettamente il secondo classificato e la Finlandia vince l’Eurovision per la prima volta nella sua storia. I Lordi tornano in patria da eroi nazionali, nel senso più letterale del termine. Il nome della piazza principale della loro città natale, Rovaniemi, viene ufficialmente cambiato in Piazza Lordi. Al centro viene installata una statua con le impronte dei cinque mostri, che si trova lì ancora adesso, tra la neve e i turisti diretti al villaggio di Babbo Natale. Un po’ come se piazza Navona fosse stata ribattezzata piazza Maneskin.
Sabato sera si è conclusa l’edizione 2026 dell’Eurovision. Ha vinto la Bulgaria con un brano che incarna perfettamente lo stile musicale bulimico di questi tempi. L’idea, cioè, che ogni tipo di ritmo e ogni tipo di suono possano tranquillamente convivere insieme, in quanto parte non di una composizione, bensì di una coreografia. La coreografia di sé stessi. Israele non ha vinto, nonostante i milioni spesi anche quest’anno in pubblicità coordinata dallo Stato, che evidentemente si dedica alle competizioni canore con lo stesso entusiasmo con cui pratica lo sterminio di massa. Un sollievo anche per gli organizzatori, almeno sul piano logistico: se Israele avesse vinto, la prossima edizione avrebbe dovuto tenersi a Tel Aviv. O forse, a questo punto, direttamente a Mordor. I Lordi, nel frattempo, hanno continuato a pubblicare dischi e a fare concerti. La piazza di Rovaniemi porta ancora il loro nome. Le impronte dei mostri sono ancora lì, tra la neve del circolo polare artico. Di tanto in tanto, durante le loro apparizioni, c’è ancora qualcuno che si indigna per la presenza di esseri umani travestiti da mostri su un palco televisivo. Vent’anni dopo continuiamo ancora ad avere paura dei mostri sbagliati.
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