«Porre fine alla pericolosa ricerca sul guadagno di funzione che minaccia la salute e il benessere del popolo americano e del mondo». Con queste parole, la direttrice dell’Intelligence nazionale americana Tulsi Gabbard ha annunciato un’indagine su oltre 120 laboratori biologici all’estero finanziati dagli Stati Uniti, più di 40 dei quali situati in Ucraina. L’inchiesta, avviata insieme al direttore del NIH Jay Bhattacharya e al segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., punta a chiarire quali agenti patogeni siano stati studiati, quali programmi siano stati sostenuti con fondi pubblici americani e se siano state condotte ricerche “gain of function”, manipolazioni genetiche capaci di rendere virus e batteri più trasmissibili o letali.
«La pandemia di Covid-19 ha rivelato l’impatto globale catastrofico che la ricerca su agenti patogeni pericolosi nei laboratori biologici può avere», ha puntualizzato Gabbard, riaprendo un dossier che collega le indagini sulle origini del Sars-CoV-2 ai laboratori biologici finanziati dagli Stati Uniti in Ucraina, tornati al centro del dibattito dopo le ammissioni del 2022 della sottosegretaria di Stato Victoria Nuland. Secondo documenti [1] del Dipartimento della Difesa americano, Washington ha investito circa 200 milioni di dollari dal 2005 in almeno 46 laboratori, centri sanitari e strutture diagnostiche ucraine nell’ambito del Biological Threat Reduction Program, un ramo del programma Cooperative Threat Reduction, nato dopo il crollo dell’URSS per mettere in sicurezza materiali biologici e arsenali ereditati dall’epoca sovietica. Il progetto era coordinato dalla Defense Threat Reduction Agency (DTRA), agenzia del Pentagono specializzata nella riduzione delle minacce non convenzionali. Tra le strutture [2] più citate compare il laboratorio antipeste Mechnikov di Odessa [3], coinvolto in programmi di biosorveglianza e monitoraggio epidemiologico relativi a patogeni come antrace [4], tularemia e altre malattie considerate ad alto rischio biologico. Secondo l’interpretazione ufficiale americana, queste strutture avevano finalità di biosicurezza: monitoraggio sanitario e prevenzione delle epidemie. Mosca, invece, ha sostenuto che tali attività costituissero una copertura per programmi biologici militari finanziati dagli Stati Uniti. Il tema esplose pubblicamente l’8 marzo 2022, a pochi giorni dall’inizio dell’Operazione Speciale. Durante un’audizione [5] al Senato americano, Victoria Nuland [6] confermò l’esistenza di “strutture di ricerca biologica” in Ucraina, dichiarando che Washington era “molto preoccupata” dal rischio che le forze russe potessero prenderne il controllo.
L’11 marzo 2022, anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nonostante avesse dichiarato di non essere a conoscenza di attività ucraine in violazione della Convenzione sulle armi biologiche, intervenne sulla questione, raccomandando all’Ucraina di distruggere gli eventuali agenti patogeni ad alto rischio custoditi nei laboratori, per evitare fughe biologiche causate dal conflitto. Parallelamente, Mosca accusò apertamente Washington di aver creato in Ucraina una rete di oltre 30 biolaboratori impegnati nello studio di agenti patogeni potenzialmente utilizzabili a fini militari. Il Ministero della Difesa russo diffuse documenti e dossier sostenendo che alcuni programmi riguardassero la raccolta di biomateriali – compresi campioni di sangue di popolazioni slave – e lo studio di virus trasmissibili attraverso gli uccelli migratori (il presunto programma UP-4 [7]). Mosca sostenne, inoltre, che alcune ricerche fossero indirizzate alla creazione di armi biologiche “etniche”, accuse [8] respinte da Washington, dalla NATO e dagli organismi internazionali.
Resta aperta la questione della trasparenza sui finanziamenti e sul tipo di ricerche condotte nei laboratori sostenuti dagli Stati Uniti. Secondo i dati citati dall’Office of the Director of National Intelligence, tra il 2014 e il 2023 Washington avrebbe speso oltre 1,4 miliardi [9] in programmi di ricerca biologica all’estero, senza che gli organismi ispettivi del Pentagono riuscissero a stabilire con precisione quanti esperimenti avessero riguardato agenti patogeni pandemici potenziati o attività riconducibili alla ricerca “gain of function”.
Un tema che torna oggi al centro dello scontro politico americano sulle origini del Covid-19. L’inchiesta avviata da Tulsi Gabbard si inserisce nel nuovo corso dell’amministrazione Trump, che ha rilanciato la teoria della fuga dal laboratorio di Wuhan e riaperto il dossier sui finanziamenti americani alla ricerca biologica internazionale. Ed è proprio in questo quadro che rientra l’incriminazione di David Morens [10], storico collaboratore di Anthony Fauci, accusato cospirazione e di aver aggirato le norme sulla trasparenza, utilizzando canali privati per sottrarre comunicazioni al controllo pubblico.