Tra l’augurio del raggiungimento di stabilità mondiale e l’apertura cinese alle industrie statunitensi, Taiwan resta una linea rossa per Pechino. Nella serata di mercoledì 13 maggio, la delegazione statunitense rappresentata dal presidente Donald Trump ha raggiunto la capitale della Repubblica Popolare cinese. Trump, accompagnato dal Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth, dal Segretario di Stato Marco Rubio e dagli imprenditori Tim Cook di Apple, Elon Musk di Tesla e Jensen Huang di NVIDIA, è stato accolto dal vicepresidente cinese Han Zheng. Nella giornata di giovedì Trump ha incontrato Xi Jinping in quattro momenti: prima in piazza Tien An’Men, cuore della capitale cinese, poi durante una riunione bilaterale, in seguito in occasione di una storica visita congiunta al Tempio del Cielo, tra i simboli principali del potere imperiale cinese, e infine durante il banchetto nella Grande Sala del Popolo.
L’incontro tra i due leader, inizialmente previsto per la fine di marzo e successivamente riprogrammato per maggio, è il primo dopo nove anni. Il contesto storico e geopolitico è drasticamente cambiato nel corso dell’ultimo decennio e il nuovo summit si fonda su una riformulazione degli equilibri di forza tra i due Paesi. Alla ricerca di un appianamento e di una collaborazione tra Cina e USA, le questioni in gioco sono principalmente tre: le relazioni commerciali tra i due Paesi, complicate dai dazi imposti dall’amministrazione statunitense; il braccio di ferro in ambito tecnologico che vede dal lato cinese le restrizioni sull’approvvigionamento delle terre rare e da quello statunitense l’accesso ai chip; e infine la questione taiwanese, considerata come “interna” dalla Repubblica popolare. L’aggressione degli Stati Uniti e di Israele all’Iran e al Libano e la crisi commerciale seguita dalla chiusura dello stretto di Hormuz sono gli elementi critici che fanno da sfondo ad una visita che potrebbe segnare gli equilibri multipolari nel futuro prossimo. La percezione della Cina si è trasformata nel corso degli ultimi anni e indubbiamente questo summit mette il Paese asiatico in una posizione di forza rinnovata: dall’essere considerata fabbrica del mondo, la Repubblica popolare è divenuta, come dimostrato dagli ultimi incontri di aprile, un interlocutore prediletto [1] all’interno del contesto mondiale, che fa leva su un’immagine di stabilità davanti all’imprevedibilità statunitense.
«Dobbiamo essere soci, non rivali. Raggiungere il successo insieme, impegnarci per la prosperità comune e forgiare un cammino giusto affinché la grandi potenze si relazionino in questa nuova era» ha affermato [2] Xi Jinping in apertura della riunione bilaterale. Davanti alle due delegazioni, il presidente della Repubblica popolare ha augurato la possibilità per i due Paesi di superare la “trappola di Tucidide”, ovvero il paradigma coniato dal politologo Graham Allison che prevede l’inevitabilità dello scontro tra una potenza emergente e una conclamata. La collaborazione tra Cina e USA non si limita agli scambi commerciali e al raggiungimento di una crescita congiunta, ma secondo Xi è la base per la stabilità mondiale e può agire da faro per l’equilibrio dell’intera umanità.
Dal canto suo, Donald Trump non ha risparmiato complimenti nei confronti della controparte cinese: «Abbiamo una relazione fantastica. Quando abbiamo avuto difficoltà, le abbiamo risolte, e quando abbiamo un problema lo risolviamo rapidamente e per questo otterremo un futuro fantastico insieme».
La riunione è entrata nel vivo nel momento in cui la delegazione cinese ha messo sul tavolo la questione taiwanese. Xi Jinping è stato chiaro in merito: una gestione imprudente da parte degli Stati Uniti sulla situazione interstretto, potrebbe portare i due Paesi allo scontro e al conflitto. Secondo lo stesso presidente cinese, Taiwan rappresenta la questione “più importante” e un’eventuale indipendenza dell’isola sarebbe incompatibile con la pace e la stabilità. L’invito ad agire con prudenza da parte della delegazione cinese, fa riferimento, tra le altre cose, alla vendita di un pacchetto di armi dal valore di venti miliardi di dollari destinato a Taiwan e sospeso in occasione del summit. Dopo l’acquisto da parte dell’isola di un pacchetto da undici miliardi nel mese di dicembre e l’attesa per la consegna arretrata di armi dal valore superiore a trenta miliardi, l’invito di Xi rischia di non cambiare particolarmente l’avanzamento delle relazioni tra USA e governo taiwanese.
Dalla Casa Bianca spicca un certo ottimismo: l’incontro, valutato come positivo, ha avviato, a detta della delegazione che ha accompagnato Trump, l’apertura al mercato cinese delle imprese statunitensi, oltre che un maggior numero di investimenti cinesi nell’industria USA. Secondo il resoconto [3] pubblicato sul profilo X della Casa Bianca, Xi avrebbe mostrato interesse nell’acquisto di prodotti agricoli statunitensi e di petrolio, quest’ultimo, con il fine di aggirare le restrizioni causate dalla crisi dello Stretto di Hormuz.
Ciò che attira principalmente l’attenzione è la differenza di vedute espressa dalle due delegazioni a fronte di quanto discusso nella giornata di giovedì. Nel resoconto statunitense, ad esempio, non viene fatta alcuna menzione della questione taiwanese, considerata invece uno tra i punti chiave dalla delegazione cinese, né, tantomeno, alcuna menzione dell’impegno auspicato da Pechino riguardante la stabilità del contesto geopolitico mondiale. Sulla crisi iraniana, la Cina si è dimostrata cauta, asserendo di aver semplicemente «scambiato opinioni» anche sul conflitto in Ucraina e la tensione in Corea. Al contrario, la Casa Bianca su questo punto ha sottolineato la presunta opposizione da parte cinese sulla militarizzazione dello stretto e, sempre secondo il resoconto statunitense, «entrambi i Paesi hanno concordato che l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare».
L’esito considerato «positivo» del bilaterale e la formalità degli incontri celano una probabile strategia di distensione tra le parti, nella quale la Cina auspica cooperazione e stabilità mondiale, mentre gli Stati Uniti puntano su aperture e investimenti. Sui nodi critici, come la situazione nello stretto di Taiwan e il compromesso nella guerra in Iran, i due leader potrebbero aver fatto orecchie da mercante.