135 anni fa nasceva Michail Bulgakov, uno degli scrittori più censurati e perseguitati del Novecento russo. Uno scrittore che trasformò la letteratura in una lotta continua contro la censura, il conformismo ideologico e il controllo del Potere. Nell’Unione Sovietica degli anni Trenta l’arte non è considerata uno spazio libero, autonomo, indipendente. Deve servire lo Stato, educare le masse, glorificare il socialismo, costruire cioè il cosiddetto «uomo nuovo sovietico». La letteratura, il teatro, la poesia sono strumenti ideologici. E proprio per questo uno scrittore come Bulgakov rappresenta un problema enorme. Non costruisce eroi positivi, non celebra la macchina statale, non trasforma la letteratura in propaganda, al contrario: mette continuamente in scena il caos, il grottesco, l’assurdo.
Ed è quello che fa con Il maestro e Margherita uno di quei libri che dovrebbe far parte della biblioteca di ogni lettore. Un libro che sorprende non solo per la forza e l’intensità delle sue pagine (Alessandro Barbero lo ha definito la «storia d’amore più bella di sempre»), ma anche per la storia che c’è dietro, una storia fatta di manoscritti che vengono dati alle fiamme, bruciano e poi miracolosamente rinascono. Vedete questo romanzo in un certo senso risponde alla domanda: come si può denunciare apertamente un sistema che controlla la stampa, i teatri, gli editori, la cultura? Come si può dire la verità quando ogni parola viene controllata? Molti lo leggono come un romanzo fantastico. Altri come una storia d’amore. Altri ancora come un’opera filosofica o religiosa. In realtà Il Maestro e Margherita è tutte queste cose insieme.
Tutto ha inizio con l’arrivo del diavolo a Mosca. Sì, il diavolo, avete capito bene. Leggendolo, infatti, troverete tutta una schiera di personaggi che paiono usciti dal paese delle meraviglie di Carroll, gatti neri grandi come cavalli, strani demoni dalle sembianze semiumane e donne che volano su scope volanti (e tenete a mente che dopo lo scoppio della rivoluzione d’Ottobre Mosca era una citta atea,) che provocano scompiglio nella vita dei moscoviti. All’apparenza sembra una storia surreale. In realtà sotto quell’apparente caos visionario si nasconde una delle più intelligenti riflessioni sul rapporto tra individuo e Potere, tra arte e censura, tra verità e conformismo. Ma procediamo con ordine.
All’inizio del racconto il giovane poeta di nome Ivan Nikolaevic dopo aver incontrato Satana e aver gridato per mezza Mosca che ha veduto un uomo capace di fare cose assurde e prodigiose, viene creduto pazzo e internato in manicomio. Ed è qui che incontriamo per la prima volta il Maestro. Anche lui è un paziente del manicomio, scambiato per pazzo dai suoi concittadini.
«Ma qual è il suo nome?», gli domanda Ivan. «Non ho più nome,» rispose con cupo disprezzo lo strano ospite. «Ho rinunciato ad averlo, come ho rinunciato a tutto nella vita.“(…) mi hanno spezzato, sono indifferente, e voglio tornare nel seminterrato». «E il suo romanzo? E Pilato?». «Mi è odioso, quel romanzo,» rispose il Maestro, «ho sofferto troppo a causa sua».
Il Maestro è uno scrittore distrutto dalla censura. Ha scritto un romanzo su Ponzio Pilato, ma viene massacrato dalla critica ufficiale. Lo accusano, lo isolano, lo schiacciano psicologicamente. Bulgakov ci mostra uomini terrorizzati dal giudizio pubblico, intellettuali pronti a piegarsi pur di sopravvivere, burocrati incapaci di distinguere la verità dalla propaganda. Il conformismo non appartiene soltanto ai regimi totalitari. Ogni epoca costruisce i propri dogmi, le proprie ortodossie, le proprie forme di pressione collettiva. Ogni società stabilisce implicitamente ciò che può essere detto e ciò che è meglio tacere. E allora la domanda che Bulgakov sembra porci è: quanto della nostra vita è davvero libero? Quanto del nostro pensiero è autentico? E quanto invece nasce dalla paura dell’esclusione, del giudizio, dell’isolamento?

C’è poi un altro elemento fondamentale nel romanzo: il rapporto tra immaginazione e libertà. Oggi siamo abituati a considerare la fantasia quasi come un’evasione dalla realtà; Bulgakov, invece, la usa come strumento di resistenza. Più il mondo diventa oppressivo, più il romanzo diventa visionario. Più il Potere cerca di irrigidire la realtà, più Bulgakov la deforma attraverso il grottesco, il soprannaturale, l’assurdo. In fondo, il Potere totalitario si regge sempre su una pretesa fondamentale: controllare il linguaggio, controllare ciò che può essere detto, controllare perfino ciò che può essere immaginato.
A un certo punto del romanzo Woland (cioè il diavolo) e la sua banda organizzano uno spettacolo di magia al Teatro Varietà dove succede di tutto: piogge di denaro falso, svestizioni forzate, uomini e donne che si precipitano verso il palco per accaparrarsi abiti alla moda e scarpe (illusorie come tutto il resto) e quasi si schiacciano gli uno con gli altri pur di possedere quei capi costosi, smascherando in modo geniale l’avidità del pubblico. Oppure in altre scene vediamo la proverbiale e tristemente celebre polizia segreta alle prese con un gatto gigante. Insomma Bulgakov non attacca frontalmente il regime. Fa qualcosa di molto più pericoloso: lo ridicolizza.
E la satira, nella storia, è sempre stata una delle armi più temute dal Potere. Nel momento in cui qualcosa diventa ridicolo, perde la sua aura sacrale. Forse è anche per questo che il romanzo continua a esercitare un fascino quasi magnetico sui lettori. Perché dentro quelle pagine convivono ironia e tragedia, comicità e disperazione, amore e censura, filosofia e satira politica. Bulgakov riesce a parlare della paura senza rinunciare all’umorismo, della repressione senza rinunciare alla fantasia.
«Un romanzo su che cosa?» gli chiese Woland. «Su Ponzio Pilato». Woland era scoppiato a ridere con la forza di un tuono (…) «È sbalorditivo! E non poteva trovare un altro tema? Me lo dia da vedere» Woland tese la mano con il palmo rivolto verso l’alto. «Purtroppo non posso,» rispose il Maestro, «perché l’ho bruciato nella stufa». «Mi scusi, ma non le credo,» rispose Woland, «non può essere, i manoscritti non bruciano».
Ecco «i manoscritti non bruciano» è una frase destinata a diventare il simbolo della letteratura russa, sopravvissuta a censure, distruzioni, sequestri, imprigionamenti. Grazie anche a una pratica squisitamente e meravigliosamente russa, il samizdat: copie stampate e trascritte a mano e poi fatte circolare clandestinamente di casa in casa. La maggior parte delle opere di Bulgakov, e non solo di Bulgakov, circolarono in samizdat. Così venne letto Arcipelago gulag di Solženicyn e appunto Il maestro e Margherita. Mentre in Occidente si contrabbandavano armi e liquori, in Russia erano i romanzi, la grande letteratura, a circolare clandestinamente. Ed ecco perché amo tanto la letteratura russa. Perché la letteratura russa, tutta la letteratura russa mi azzardo a dire, nasce come lotta alla censura. Il Potere può censurare uno scrittore, isolarlo, ridurlo al silenzio. Ma non riesce mai davvero a controllare ciò che le opere continuano a generare nelle coscienze.
E allora forse leggere Il Maestro e Margherita significa anche ricordarsi di qualcosa che oggi rischiamo di dimenticare: che la cultura non serve soltanto a intrattenere, ma anche a mettere in discussione il mondo. Perché i regimi, le ideologie, i sistemi politici cambiano, ma il desiderio del Potere di controllare il linguaggio, il pensiero e l’immaginazione degli individui è sempre lo stesso.