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La Corte di Giustizia dà ragione all’Italia: Meta dovrà pagare le testate giornalistiche

Oggi, martedì 12 maggio, la Corte di giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata sulla legittimità delle politiche nazionali relative all’equo compenso dovuto dalle piattaforme social alle testate giornalistiche da cui attingono le notizie. Il verdetto: via libera agli Stati membri, i quali potranno imporre alle Big Tech regole di contrattazione diretta, aprendo la strada a una possibile svolta nella gestione dei contenuti online e nei rapporti tra editoria e piattaforme digitali. 

La questione era stata sollevata dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (AGCOM), che nel luglio 2025 aveva deliberato [1]l’obbligo per Facebook di corrispondere un compenso a GEDI – noto soprattutto per La Repubblica – sulla base di una proposta economica avanzata dall’editore e contestata dall’azienda statunitense. Meta si era quindi rivolta al TAR del Lazio, sostenendo che la decisione violasse la libertà d’impresa e i principi di concorrenza sanciti dai trattati europei. La controversia è infine approdata a Lussemburgo, dove la Corte si è espressa a favore delle istituzioni italiane.

“La Corte ritiene che il diritto a un equo compenso per gli editori sia conforme al diritto dell’Unione, a condizione che tale remunerazione rappresenti la contropartita per l’autorizzazione all’uso online delle loro pubblicazioni”, ha dichiarato la Corte. In pratica, viene riconosciuto alle piattaforme social l’obbligo di avviare trattative con gli editori – senza oscurarne i contenuti durante le negoziazioni – e di fornire alle testate tutte le informazioni necessarie per calcolare l’entità del compenso. Qualora le parti non dovessero essere in grado di raggiungere un accordo, le autorità potranno intervenire per stabilire le somme dovute e sanzionare le aziende in caso di inadempienza. 

La vicenda giuridica non è certo conclusa: riconosciuta la legittimità dell’intervento dell’AGCOM, la questione tornerà ora nei tribunali italiani per la discussione dei dettagli operativi e non è improbabile che le parti giungano a un compromesso. Al tempo stesso, la decisione europea segna un precedente di rilievo, destinato a generare un effetto domino: gli editori di tutta l’Unione potranno richiamarsi alla sentenza per rivendicare dalle Big Tech non solo compensi economici, ma anche l’accesso a un insieme di informazioni chiave che le piattaforme digitali raramente rendono disponibili in modo trasparente. 

Per come è stata delineata, la normativa consente agli editori di autorizzare l’uso dei propri articoli a titolo gratuito, in cambio della mera visibilità – un’opzione plausibile per le testate minori, ma difficilmente accettabile per i grandi gruppi editoriali o per i giornali di consolidata reputazione. All’estremo opposto, gli editori potranno anche rifiutare completamente la pubblicazione dei propri contenuti, un principio che, secondo alcune interpretazioni, potrebbe essere impugnato anche per opporsi alla raccolta dei dati perpetrata dalle aziende di intelligenza artificiale. Un aspetto tutt’altro che marginale, considerando che la decisione della Corte non riguarda solo gli articoli integrali, ma anche gli snippet – le anteprime e sintesi che accompagnano la presentazione dei pezzi online. 

Meta, dal canto suo, si dichiara ora disponibile a confrontarsi con GEDI in tribunale, ma sottolinea che la decisione della Corte – vincolata ai principi di proporzionalità – non impone alla società di versare contributi ai giornali in senso assoluto, bensì solo quando le piattaforme ospitano effettivamente i loro articoli. Non si tratta di una precisazione marginale: in casi analoghi, come la legge canadese del 2023 [2]sull’equo compenso, Meta aveva scelto nel 2023 di bloccare la pubblicazione delle testate nazionali, una misura draconiana che, tuttavia, difficilmente potrebbe essere replicata su scala europea, dove la reazione complessiva degli Stati membri potrebbe esercitare una pressione politica ed economica ben piú travolgente della sola Ottawa.

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Walter Ferri

Giornalista milanese, per L’Indipendente si occupa di analisi nel campo della tecnologia, dei diritti informatici, della privacy e dei nuovi media, indagando le implicazioni sociali ed etiche delle nuove tecnologie. È coautore e curatore del libro Sopravvivere nell'era dell'Intelligenza Artificiale.