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I prezzi di petrolio e gas non diminuiranno per mesi anche dopo la fine della guerra

Le forniture di petrolio sono destinate a ridursi ulteriormente nelle prossime settimane anche se la guerra in Medio Oriente dovesse cessare nel giro di pochi giorni, in quanto le spedizioni dal Golfo Persico richiederanno settimane per riprendere e raggiungere le raffinerie di tutto il mondo. Ciò significa che nel frattempo le scorte globali di petrolio continueranno a diminuire, contribuendo a mantenere elevati i prezzi del greggio. A prevederlo è una nota della multinazionale petrolifera Total Energies, «Anche se il conflitto dovesse terminare nel mese di maggio, ne usciremmo con scorte decisamente molto basse». L’amministratore delegato del gruppo, Patrick Pouyanne, ha dichiarato la scorsa settimana che, secondo le sue stime, i prelievi dalle riserve globali di idrocarburi, pari a 10-13 milioni di barili al giorno, hanno già comportato il consumo di almeno 500 milioni di barili dalle scorte. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Anders Opedal, amministratore delegato di Equinor, l’azienda petrolifera statale Norvegese, secondo cui [1] ci vorranno almeno sei mesi prima che il mercato torni alla normalità, anche con la pace in Medio Oriente. In sintesi, secondo i dirigenti delle compagnie energetiche, delle banche d’investimento e analisti di mercato, ci vorrà tempo affinché la produzione e le esportazioni dal Golfo tornino ai livelli prebellici. Una previsione che, naturalmente, in bocca agli amministratori delle multinazionali, suona come un auspicio di vedersi confermati gli extraprofitti derivanti dalla guerra anche per i prossimi mesi.

Il rapido esaurimento delle scorte e delle riserve di emergenza è avvenuto in un periodo critico, ossia in una fase in cui solitamente le scorte si accumulano per far fronte alla domanda estiva nell’emisfero settentrionale. Ne deriva che il sistema energetico globale affronterà il picco della domanda in una posizione di debolezza per far fronte all’aumento dei consumi dovuto al trasporto merci, all’agricoltura e all’aviazione. Secondo Rystad Energy, finora a livello globale c’è stata una diminuzione di circa 600 milioni di barili di petrolio. Quando l’offerta tornerà alla normalità, ipotizzando ad esempio alla fine di maggio, i numeri di barili in meno oscilleranno tra 1,2 e 2 miliardi, pari al 16-27% delle scorte globali prebelliche, ha affermato Claudio Galimberti, capo economista di Rystad Energy. «È ovvio per la maggior parte delle persone che, se si guarda all’interruzione senza precedenti nell’offerta mondiale di petrolio e gas naturale, il mercato non ha ancora visto il pieno impatto di ciò», ha affermato [2] l’amministratore delegato di Exxon Mobi, Darren Woods.

Questo contesto prolungherebbe il tempo necessario a far sì che i prezzi tornino ai livelli antecedenti alla guerra. Sebbene, infatti, in caso di accordo tra Stati Uniti e Iran, i prezzi dei futures sul petrolio probabilmente diminuirebbero rapidamente, ci vorrebbe più tempo prima che i prezzi reali del greggio e della benzina tornino ai livelli prebellici. Un sondaggio dell’agenzia di stampa Reuters la scorsa settimana stimava [3] i futures del petrolio a una media di 86,38 dollari al barile, rispetto ai circa 62 dollari al barile di gennaio. È previsto, inoltre, un aumento della domanda una volta terminato il conflitto, perché le nazioni cercheranno di ripristinare le loro scorte: l’Australia, ad esempio – importando l’80% del suo carburante – ha annunciato di voler spendere 7,22 miliardi di dollari per incrementare le sue riserve. Questo aumento della domanda potrebbe contribuire a ritardare la stabilizzazione dei prezzi.

Anche negli Stati Uniti le riserve energetiche sono diminuite, soprattutto a causa delle massicce esportazioni di carburante da parte delle aziende statunitensi: secondo la banca d’affati Morgan Stanley, le scorte di benzina della potenza a stelle e strisce scenderanno a circa 198 milioni di barili entro la fine dell’estate, il livello più basso per quel periodo dell’anno mai registrato nell’era moderna. Il 1° maggio, le scorte di benzina statunitensi si attestavano a poco meno di 220 milioni di barili, il livello più basso per questo periodo dell’anno dal 2014, secondo i dati governativi. Per quanto riguarda l’Europa, invece, l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha avvertito [4] che già a partire da giugno potrebbe trovarsi ad affrontare carenze di carburanti per aerei, se le interruzioni delle forniture dal Medio Oriente non verranno completamente ripristinate. Anche la regione asiatica ha subito molti contraccolpi dalla situazione in Medio Oriente: ha, infatti, diminuito le importazioni di greggio del 30% ad aprile rispetto all’anno precedente.

Il calo delle scorte, il potenziale aumento della domanda e i lunghi tempi di percorrenza delle navi fanno sì che la ripresa dalla crisi del petrolio sarà una ripresa lenta. Nel frattempo, secondo il capo dell’Associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA), Willie Walsh, l’interruzione della capacità di raffinazione in Medio Oriente ostacolerà la ripresa dell’offerta, creando criticità soprattutto per Africa, Asia e Europa, i continenti che dipendono maggiormente dalle fonti energetiche mediorientali.

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Giorgia Audiello

Laureata in Economia e gestione dei beni culturali presso l'Università Cattolica di Milano. Si occupa principalmente di geopolitica ed economia con particolare attenzione alle dinamiche internazionali e alle relazioni di potere globali.