- L'INDIPENDENTE - https://www.lindipendente.online -

Nordio ha deciso: l’anarchico Alfredo Cospito deve rimanere al 41 bis come i mafiosi

Alfredo Cospito dovrà continuare a scontare la propria pena nel regime di carcere duro del 41 bis all’interno del carcere di Sassari. A sancirlo è stato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che era chiamato a decidere se rinnovare la misura che era stata imposta a Cospito nel maggio 2022 e che aveva durata di 4 anni. Nordio ha deciso di non considerare nemmeno il parere della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, che si era  espressa [1] favorevolmente rispetto alla revoca del “carcere duro”. Alfredo Cospito sta scontando una pena a 23 anni di carcere per aver commesso un attentato dimostrativo contro la scuola allievi carabinieri di Fossano (Cuneo), collocando due ordigni a basso potenziale nel cuore della notte in protesta contro il militarismo. Due bombe artigianali fatte esplodere, come rivendicato, «in piena notte, in luoghi deserti, che non dovevano e non potevano ferire o uccidere nessuno». Infatti nessuno rimase ferito, ma l’atto gli è valso in ogni caso una condanna per “strage”, fattispecie di reato che non venne contestata nemmeno agli autori degli attentati di mafia contro Falcone e Borsellino.

La decisione di Nordio è stata notificata ieri, 30 aprile, all’avvocato difensore Flavio Rossi Albertini. Nei giorni scorsi, il ministero della Giustizia aveva addirittura negato a Cospito la possibilità di tenere libri e cd musicali in cella, con la motivazione che i testi sarebbero «espliciti e provocatori», veicolanti messaggi [2] di «disobbedienza e contestazione istituzionale». Tra i libri bloccati a Cospito ci sono Dio gioca a dadi con il mondo, di Giuseppe Mussardo, L’incubo di Hill House di Shirley Jackson, Ghost story di Peter Straub. Il cd musicale è Who let the dog out delle Lambrini girls. Il tribunale di sorveglianza aveva autorizzato la consegna del materiale richiesto, ma il ministero della giustizia e il Dap si sono opposti presentando un ricorso in Cassazione. Libri e cd sono stati bloccati in attesa della sentenza. Nel mentre, il Procuratore Generale di Roma ha chiesto l’assoluzione per Andrea Delmastro, ex sottosegretario alla Giustizia, condannato in primo grado a 8 mesi per rivelazione del segreto d’ufficio nell’ambito della vicenda di Alfredo Cospito, il ministro della giustizia e il DAP (il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria).

«Sono misure che mal si conciliano con uno Stato democratico», ha affermato Flavio Rossi Albertini, legale di Cospito, secondo cui «si intende applicare il 41 bis completamente al di fuori dal perimetro normativo». Il regime carcerario del 41 bis – introdotto per decreto nell’ordinamento italiano nel 1975 e poi divenuto legge nel 2002 – si applica a quei detenuti considerati boss di organizzazioni mafiose o terroristiche al fine di impedire loro di continuare a impartire ordini e comunicare con le proprie organizzazioni criminali dall’interno del carcere. Tuttavia, Cospito non è capo di un’organizzazione terroristica, un ossimoro peraltro in una organizzazione anarchica che per definizione è dotata di una struttura orizzontale, senza leader. Nonostante questo, si trova da oltre quattro anni sottoposto a un regime carcerario già finito al centro delle attenzioni della Corte Europea per i Diritti Umani. La CEDU ha stabilito che il 41 bis non è in linea di principio in contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ma ha evidenziato criticità riguardo a tre articoli [3] della Convenzione: il numero 3 (che vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti), il numero 8 (che stabilisce il diritto inviolabile alla vita privata e familiare) e il numero 13 (che prescrive il diritto a un ricorso effettivo da parte dei detenuti). Nel 2003 Amnesty International ha stabilito [4] che il 41 bis equivale, in alcuni casi, a un trattamento del prigioniero «crudele, inumano e degradante».

In un articolo del gennaio 2025, L’Indipendente aveva descritto in questo modo [5] le condizioni di detenzione riservate ai circa 750 detenuti attualmente al 41 bis: «Come stanza un cubicolo di cemento che quando va bene è largo 3 metri e profondo 2, quando va male è 2,5 per 1,5. L’unica finestra è posta abbastanza in alto per impedire di guardare fuori, protetta da un triplo livello di sbarre che lasciano filtrare poca aria e pochissima luce. Dentro la stanza solo un letto, un lavandino, una televisione, un cesso alla turca e il suo fetore. 22 ore al giorno chiusi lì dentro: niente libri né riviste a meno di specifiche autorizzazioni, niente foto alle pareti, divieto di parlare anche da soli, diritto di avere carta e penna se e quando al direttore gira di concederlo, dispositivi elettronici neanche a parlarne. Due ore d’aria da passare in un cortiletto poco più grande della cella, circondato da mura alte cinque metri. Un solo colloquio di un’ora al mese con un vetro a impedire ogni contatto con il familiare, nessuna telefonata a meno di rinunciare al colloquio. In queste condizioni inimmaginabili vivono 749 persone in Italia: sono i detenuti del 41 bis, il regime di carcere duro riservato ai mafiosi, ma non solo. Il fine ufficiale è quello di impedire al detenuto di interagire direttamente o indirettamente con l’organizzazione criminale di riferimento; l’altro fine, non dichiarato ma evidente, è quello che le condizioni invivibili cui è sottoposto spingano il carcerato a “pentirsi” e collaborare con la giustizia contribuendo a smantellare l’organizzazione della quale è parte. Si tratta di uno scopo inammissibile da parte dello Stato, perché farlo significherebbe certificare che in Italia si sono legalizzate forme di tortura, quantomeno psicologica, per indurre un detenuto a collaborare».

Parallelamente, la repressione continua a colpire anche chi nei mesi scorsi ha manifestato in solidarietà ad Alfredo Cospito in tutta Italia. Da nord a sud, i processi contro decine di solidali continuano: Milano, Roma e Bologna sono solo alcune delle città dove si svolsero manifestazioni e proteste e dove ora i tribunali stanno lavorando per arrivare a sentenze definitive. Ma la “punizione esemplare” vuole essere Torino, dove si era svolto il 4 marzo 2023 un corteo nazionale contro 41 bis ed ostacolo ostativo. Vetrine infrante e danneggiamenti erano stati tradotti dal PM in “devastazione e saccheggio”, l’imputazione forse più grave che possa essere data in un corteo, con pene previste dagli 8 ai 15 anni. Il primo grado del primo troncone dell’Operazione “City” – così è stata chiamata dalla procura l’indagine che vede imputati quasi 40 manifestanti – si è concluso il 16 aprile e ha visto condannare tutti e 18 gli imputati per pene comprese tra i 18 mesi e i 5 anni e mezzo. Il PM Scafi aveva chiesto più di 130 anni di prigione totali. Nella sentenza, il reato di devastazione e saccheggio è stato escluso, ma il giudice ha inflitto pene alte per reati di danneggiamento pluriaggravato in concorso e violenza contro pubblico ufficiale in concorso. Nessuna delle persone condannate è stata identificata come “artefice” dei danneggiamenti o delle violenze: gli imputati si trovavano nel corteo a viso scoperto, e sono stati accusati di essere in “concorso” con gli autori materiali. Le prove sono fumogeni, megafoni e radio ricetrasmittenti. Oggetti non certamente atti a offendere, interpretati dal giudice come indizio sufficiente a fare di chi li aveva con sé un presunto “capo” che impartiva ordini e organizzava l’azione del corteo.