«Per tutto il 2025, voraci predatori hanno braccato i nostri beni comuni globali, come mostruosi cacciatori che fanno razzia di trofei d’ingiustizia»: è così che Amnesty esordisce [1] nel presentare il suo nuovo rapporto sullo stato dei diritti umani nel mondo. Il 2025, scrive l’organizzazione, è stato l’anno di «distruzione, repressione e violenza su larga scala», tra il genocidio israeliano a Gaza, la sanguinosa guerra in Sudan e le decine di Paesi che vivono in uno stato di conflitto costante. Il tutto, rimarca Amnesty, è stato facilitato tanto dall’incremento nei trasferimenti di armi, quanto dal crescente clima di impunità verso gli autori di questi crimini. Ma il 2025 è stato anche l’anno in cui si sono moltiplicati gli sforzi di resistenza, tra rivolte giovanili che hanno portato a veri e propri cambi di regime e la società civile che si è sollevata contro genocidi e guerre in tutto il mondo.
«Ciò che rende questo momento fondamentalmente diverso è che non stiamo più documentando l’erosione ai margini del sistema. Oggi c’è un assalto diretto alle fondamenta dei diritti umani e all’ordine internazionale basato sulle regole da parte degli attori più potenti, a scopo di controllo, impunità e profitto» ha sottolineato [2] Agnès Camallard, segretaria generale di Amnesty International. Ad essere presa di mira da coloro che scatenano i conflitti illegalmente, calpestando il diritto internazionale e le norme che regolano i rapporti tra Stati, è la popolazione civile. Questo è evidente anche nell’ambito dell’ultima guerra scatenata da USA e Israele contro l’Iran, dove le infrastrutture destinate all’uso civile stanno venendo sistematicamente distrutte – incluse scuole, ospedali, ma anche impianti energetici. «Ecco cosa succede quando le regole, le istituzioni e il sistema giuridico […] vengono svuotati a scopo di dominio», commenta Camallard. Secondo l’associazione, è in corso un collasso di quel sistema di norme, costruito a fatica dopo la seconda guerra mondiale, volto a tutelare i diritti umani dei singoli, esponendoli ai rischi di un nuovo «ordine mondiale predatorio».
L’attacco contro i civili si manifesta non solo in maniera evidente, con il genocidio “a bassa intensità” tutt’ora in corso a Gaza, ma anche con le «oltre 150 esecuzioni extragiudiziali» portate a termine dagli USA con i bombardamenti delle imbarcazioni nel Pacifico e nel Mar dei Caraibi; l’aumento degli attacchi russi contro le infrastrutture civili; gli attacchi diretti contro i villaggi delle forze armate birmane; le esecuzioni e le torture contro la popolazione perpetrate dalle milizie M23 nella Repubblica Democratica del Congo; la repressione nel sangue delle proteste in Iran; e così via.
Tutto ciò è stato reso possibile anche grazie a immobilismo politico e arrendevolezza di istituzioni quali l’Unione Europea, che non è stata in grado di intraprendere azioni significative contro nessuno dei crimini commessi in questi contesti, permettendo ai «predatori» di agire impuniti – Stati Uniti e Israele su tutti. L’Italia, in particolare (come anche l’Ungheria) «non ha arrestato persone ricercate dalla Corte Penale Internazionale» quando queste si sono trovate sul suo territorio, «mentre Francia, Germania e Polonia hanno fatto intendere che avrebbero fatto lo stesso». «I leader mondiali si sono mostrati fin troppo sottomessi», permettendo ai «predatori politici ed economici» di dichiarare «defunto il sistema multilaterale», in quanto «non funzionale alla loro egemonia e al loro controllo».
La repressione dei movimenti civili passa anche dalla messa al bando [3] del movimento Palestine Action nel Regno Unito (e dal conseguente arresto di centinaia di manifestanti pacifici che lo supportavano), dal crescente ricorso a software-spia e censura digitale per limitare la libertà di espressione e il diritto all’informazione, dalle leggi liberticide approvate in numerodi Stati (in particolare in America Latina). Negli USA e in molti Paesi UE sono stati pesantemente definanziati gli aiuti internazionali, mentre molte risorse sono state dirottate su riarmo e politiche belliciste.
Ma il 2025 è anche stato l’anno in cui si è stati testimoni della forza delle sollevazioni popolari, specialmente quelle guidate dai più giovani, che in certi contesti hanno portato al crollo di interi sistemi di governo. La cosiddetta [4] “Gen Z” si è mobilitata in Kenya, Madagascar, Marocco, Nepal e Perù, mentre negli Stati Uniti vi sono state dure proteste contro [5] le violenze della polizia dell’immigrazione (l’ICE) e nel mondo decine di milioni di persone sono scese in piazza per la fine del genocidio israeliano a Gaza e per chiedere ai propri governi di smettere di supportare lo Stato di Israele.
«Dalle strade delle città ai forum multilaterali, il 2025 ci ha restituito una potente immagine di resistenza e solidarietà da parte di manifestanti, rappresentanti diplomatici, leader politici e altre persone. Dobbiamo ripartire dal loro esempio e dal loro coraggio per dare vita a coalizioni che reimmaginino, ricostruiscano e riportino al centro un ordine globale basato sui diritti, sul rispetto delle regole e sui valori universali. Vogliamo che il 2026 sia l’anno in cui dimostreremo che abbiamo il potere di cambiare le cose e che la storia non è meramente un’imposizione sulle nostre teste».