Nelle scorse settimane, una vicenda emersa in Italia ha portato al centro del dibattito pubblico una questione: il turismo può essere neutrale? Al centro del caso, la prevista presenza dell’ex Generale israeliano Ofer Winter, atteso a Capaccio Paestum tra il 31 marzo e il 9 aprile come ospite di un pacchetto turistico organizzato dall’agenzia Pastoral Tour, in concomitanza con la Pasqua ebraica, presso l’Hotel Ariston. Diverse fonti e organizzazioni per i diritti umani indicano Winter come uno dei responsabili delle operazioni militari israeliane a Rafah nell’agosto 2014, durante il cosiddetto “Venerdì nero”. Per evitare la cattura di un ufficiale fu ordinato di aprire il fuoco indiscriminato senza soste sulla popolazione palestinese. Winter ha ammesso in interviste pubbliche di aver ordinato quel massacro tramite la cosiddetta (famigerata) Hannibal Directive.
Le accuse nei confronti di Winter non riguardano solo operazioni militari con centinaia di vittime civili, ma anche ciò che ha dichiarato pubblicamente: «L’obiettivo finale deve essere: nessun palestinese a Gaza». «La vittoria arriverà quando non ci saranno più arabi a Gaza». Parole che configurano un’istigazione alla cancellazione di un popolo, in contrasto con i principi fondamentali del diritto internazionale.
Il 23 marzo, la Hind Rajab Foundation ha depositato [1] un esposto presso la Procura di Roma, chiedendo verifiche sulla presenza del generale sul territorio italiano e sulla possibilità di procedere nei suoi confronti. L’iniziativa si inserisce nell’obiettivo di contrastare l’impunità per crimini internazionali, ritenuta un fattore che favorisce il protrarsi delle violazioni.
Il viaggio di Winter sarebbe quindi saltato. Nei giorni successivi, lo stesso generale avrebbe diffuso un messaggio in cui confermava di essere stato inizialmente previsto tra i partecipanti, ma che il viaggio era stato annullato, continuando poi con toni espliciti e minacciosi nei confronti della fondazione HRF e del movimento BDS.
Tuttavia, l’evento è rimasto in programma e la comitiva israeliana è arrivata a Capaccio, rimanendo sul territorio cilentano fino al 9 aprile. Alcuni attivisti cilentani che l’8 aprile stavano manifestando pacificamente davanti all’Hotel sono stati accolti con il lancio di oggetti e insulti da parte dei “turisti” israeliani.
Secondo alcune testimonianze locali, tra i partecipanti vi sarebbe stata anche la presenza di membri dell’IDF. Non turisti qualsiasi, dunque. Ricordiamo che tra coscritti attivi e riservisti mobilitati, oltre 500.000 cittadini israeliani (tra uomini e donne) sono stati impegnati in ruoli militari tra il 2024 e il 2025, è pertanto altamente probabile che alcuni soldati IDF, che hanno commesso crimini di guerra, circolino impuniti in vacanza.
Il punto non è soltanto ricostruire i fatti, ma capirne il significato. Il caso di Capaccio non riguarda solo la presenza di un generale accusato di crimini di guerra o di militari in vacanza. Ospitare, organizzare e accogliere non possono essere gesti neutri, soprattutto quando coinvolgono persone accusate di violazioni del diritto internazionale. Bisogna stabilire cosa è accettabile e cosa no, e il compito, in assenza di risposte istituzionali, si sposta sul piano civile.
Negli ultimi mesi, questa consapevolezza ha assunto una forma concreta nel settore turistico attraverso la campagna “No Room for Genocide [2]”, lanciata da BDS Italia, che invita a prendere posizione.
Si tratta di mettere in discussione il turismo come spazio neutrale e riconoscere le responsabilità di tutti noi:
- gli albergatori (hosts) sono chiamati a valutare le collaborazioni, a non ospitare soggiorni ed eventi che coinvolgono figure associate alla violazione dei diritti umani.
- i turisti (guests) sono invitati a praticare forme di consumo critico.
- le istituzioni sono chiamate a non ignorare eventuali responsabilità legate alla circolazione sul territorio italiano di criminali di guerra.
Quello che la campagna vuole combattere è la normalizzazione. Perché è proprio nei contesti “normali” (una vacanza, un pacchetto turistico, un festival sulla neve) che situazioni eccezionali vengono assorbite e rese invisibili.
Un gruppo di militari in ferie diventa solo un gruppo di turisti. Un generale contestato diventa un ospite. Un appartamento in affitto in una colonia illegale diventa una semplice meta di vacanze.
Scegliamo di non restare passivi e diventiamo consumatori consapevoli, anche quando viaggiamo: informiamoci sulle strutture che scegliamo, chiediamo chi ospitano, quali relazioni intrattengono, quali pratiche normalizzano, sosteniamo chi prende posizione, e sottraiamo consenso a chi preferisce l’indifferenza.
In tal senso le azioni possibili sono molte:
- gli Hosts possono aderire alla rete Oasi di Pace [3] creando una rete di strutture ricettive che praticano e promuovono il turismo etico, impegnandosi a non ospitare presunti criminali di guerra;
- i Guests possono sottoscrivere la petizione [4] Drop Apartheid from your Luggage impegnandosi a non utilizzare piattaforme quali Airbnb e Booking, complici dell’occupazione israeliana nei TPO;
- le Autorità italiane dovrebbero valutare controlli e visti in ingresso per cittadini provenienti da nazioni accusate di gravi crimini di guerra e contro l’umanità.
Il turismo non può e non deve essere neutrale, ma è fatto di scelte che portano responsabilità. Ogni decisione può trasformarsi in una forma di complicità, contribuendo a rendere accettabile ciò che accade invece di metterlo in discussione. Proprio per questo è necessario continuare a parlare di quanto accaduto e opporsi al silenzio, che resta uno degli strumenti più potenti di normalizzazione. Riconoscere che il turismo non è neutrale significa anche agire, e, in questo caso, contestare apertamente la scelta dell’Hotel Ariston di concedere ospitalità a persone accusate di gravi e ripetute violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione palestinese.
La situazione in Medio Oriente continua ad essere gravissima: i bombardamenti sul Libano e su Gaza, le violenze sistematiche dei coloni in Cisgiordania/West Bank (allo scopo di espellere i palestinesi e appropriarsi delle loro terre), fino alla nuova guerra di aggressione USA‑Israele contro l’Iran, impongono una presa di posizione chiara. Di fronte a questa degenerazione, l’impegno deve essere quotidiano per obbligare Israele al rispetto del diritto internazionale.
La Hind Rajab Foundation lo fa sul piano giuridico a livello internazionale; molte altre organizzazioni, movimenti e reti, come BDS, agiscono attraverso strumenti come il boicottaggio mirato e le campagne di pressione sulle istituzioni ad ogni livello, affinché vengano interrotti i legami con lo Stato di Israele.
Ogni persona può, e deve, contribuire. Scegliere da che parte stare, rifiutare la neutralità, non è un atto simbolico, ma un atto politico e necessario.
Per maggiori informazioni consultare il sito BDS Italia [5].