Nell’estate del 1971 i Rolling Stones avevano deciso di lasciare temporaneamente il loro paese per cercarsi una residenza all’estero e pagare meno tasse. Come degli Jannik Sinner qualunque. Il risultato era stata una lunga stagione trascorsa nel sud della Francia, a due passi da Nizza, in una grande villa sul mare affittata da Keith Richards: Villa Nellcôte. La casa, le cui porte venivano lasciate perennemente aperte, era diventata rapidamente luogo di ritrovo per chiunque gravitasse nell’orbita della band. Una comune rock aperta a tutti, frequentata da musicisti, spacciatori, amanti di vario genere, fan in adorazione, giornalisti, fotografi che forse erano agenti della CIA e agenti della CIA che forse erano fotografi, nonché da una lunga lista di vecchie conoscenze di Keith Richards che condividevano con il padrone di casa una robusta passione per le sostanze stupefacenti. Negli scantinati di quella villa, trasformati in sala di registrazione, in un clima caotico e genuinamente cazzaro, in bilico tra vacanza e fuga, nacque uno dei dischi più importanti della storia del rock: Exile on Main St.
Questo articolo però non parla di questo. Parla di uno degli ospiti della villa. Anche lui un caotico cazzaro in fuga, con una robusta passione per le sostanze stupefacenti.
Nel 1971 Gram Parsons ha venticinque anni ed è in fuga dalla sua vita. È cresciuto in Florida in una famiglia ricca e disfunzionale con la precisione di un romanzo americano: il padre suicida quando Gram aveva dodici anni, la madre morta di alcolismo il giorno stesso del suo diploma di liceo. Gram a quel punto aveva cambiato nome (all’anagrafe era Ingmar Cecil Connor III), aveva preso la chitarra e deciso che era il caso di cambiare aria.
Era andato a vivere prima a New York e poi a Los Angeles, saltando da una città all’altra e da una band all’altra. Si era unito ai Byrds, aveva fondato i Flying Burrito Brothers e infine aveva scelto di mettersi in proprio per perfezionare il suo stile. Stava inventando qualcosa di nuovo: una musica che affondava le radici nel country e le mescolava al rock. Un suono insieme polveroso e celestiale, capace di ridefinire i rigidi canoni su cui quel linguaggio si era costruito. Lui stesso l’aveva chiamata Cosmic American Music. Proprio all’inizio di quel 1971 aveva cominciato a registrare il suo esordio da solista, ma qualcosa non aveva funzionato e aveva deciso di abbandonare tutto. È in quel momento che incontra Keith Richards, che lo invita a Villa Nellcôte.
I due si trovano immediatamente in grande sintonia. Passano intere giornate insieme a suonare la chitarra, a scambiarsi idee, a esplorare quel territorio musicale sospeso tra il country profondo e il rock che Parsons stava cercando di mappare. È uno scambio genuino, il tipo di conversazione musicale che capita raramente e che lascia tracce permanenti. Il problema è che la maggior parte di questo confronto avviene in uno stato di alterazione chimica avanzata, con una generosità nell’assunzione di stupefacenti che comincia a preoccupare seriamente il resto della band. Il che è tutto dire, perché stiamo pur sempre parlando dei Rolling Stones nel 1971. In parole povere Gram Parsons viene accusato di essere di cattivo esempio per Keith Richards. Che è un po’ come accusare un aquilone di essere di cattivo esempio per il vento.
A quel punto Parsons decide di lasciare Villa Nellcôte e di rimettersi in viaggio.

Lo ritroviamo un anno dopo di nuovo a Los Angeles, di nuovo impegnato nella registrazione del suo primo album da solista. Questa volta fila tutto liscio. Parsons, anche grazie all’ispirazione maturata con Keith Richards in quelle giornate in Francia, riesce a mettere insieme i pezzi per comporre il suo nuovo stile. L’album si intitola semplicemente GP ed esce il 1 gennaio del 1973. È il momento in cui la Cosmic American Music smette di essere un’idea e diventa finalmente un disco. Peccato che non se ne accorga nessuno.

GP viene ignorato quasi completamente. Le classifiche non lo vedono, le radio non lo suonano. Troppo country per i fan del rock, troppo rock per i fan del country. Sospeso esattamente nel mezzo, un po’ come il suo autore. Parsons tuttavia non si perde d’animo e comincia a prepararsi per una tournée che dovrebbe portare la sua musica in giro per l’America. Prima però decide di concedersi una piccola vacanza in un luogo che ama particolarmente: il Joshua Tree National Park, un grande parco naturale nel deserto a sudest della California. Rocce enormi e lunari, cieli sconfinati e silenzi che sembrano venire da un altro pianeta. Ed è qui che accade la prima cosa veramente definitiva della sua vita: la morte.
Meno di due giorni dopo il suo arrivo, il 19 settembre 1973, Gram Parsons viene trovato privo di sensi nella stanza numero otto del Joshua Tree Inn, il motel all’ingresso del parco dove aveva preso alloggio. Ha assunto una quantità di morfina e alcol che il suo corpo, nonostante il master avanzato conseguito con Keith Richards, non riesce a sostenere. Muore poco dopo in ospedale senza riprendere conoscenza. A 27 anni.
La sua musica, tuttavia, non ha ancora finito di esistere.Pochi mesi dopo esce, postumo, il suo secondo disco: Grievous Angel, finito di registrare pochi giorni prima della sua morte. Il disco si apre con Return of the Grievous Angel, che suona inevitabilmente come un testamento. Però un testamento gioioso. Il testo è un viaggio attraverso l’America: autostrade, praterie, città attraversate di notte dove alla fine si trova sempre il bar di un saloon, e quel senso di movimento perpetuo che era stato il filo conduttore della sua intera esistenza. Twenty thousand roads I went down, down, down / And they all led me straight back home to you. Ventimila strade, tutte che portavano nello stesso posto. È un uomo che ha passato la vita a muoversi e che in quella canzone sembra aver finalmente capito dove stava andando. Viene quasi voglia di seguirlo.
E poi, naturalmente, c’è quello che succede dopo.
Due giorni dopo il decesso il corpo di Parsons è ancora all’obitorio quando Phil Kaufman, suo manager e amico fraterno, viene a sapere che stanno per trasferire la salma in Louisiana per la sepoltura. È a quel punto che si ricorda di una conversazione avuta con Gram nel corso della quale gli diceva che, se fosse morto, avrebbe voluto essere cremato nel suo posto preferito: Joshua Tree. Non era un testamento. Non aveva alcun valore legale. Era, a tutti gli effetti, il tipo di ultima volontà che si esprime quando si è convinti di non averne ancora bisogno. Kaufman stabilisce che va rispettata lo stesso. Decide quindi di rapire la salma del suo amico.
Insieme a un altro socio si presenta all’aeroporto di Los Angeles, intercetta la bara prima che venga caricata sul volo per la Louisiana, la butta su un vecchio carro funebre e scappa verso il deserto. I due raggiungono Cap Rock, alle porte del parco, nel cuore della notte. Tirano fuori una tanica di benzina, la versano sulla bara e le danno fuoco. Come tentativo di cremazione, tuttavia, non riesce granché bene. Riescono a bruciare solo una parte del corpo e l’unico vero effetto pratico del grande falò alimentato da litri di benzina è quello di segnalare la propria posizione alle forze dell’ordine. La polizia arriva, recupera quel che rimane della salma e la rispedisce alla famiglia in Louisiana, dove Gram Parsons viene infine sepolto regolarmente. Kaufman e il suo amico vengono arrestati. L’accusa, tuttavia, non è quella di sottrazione e villipendio di cadavere. Sono reati che ancora non esistono nel codice penale della California. Pertanto i due vengono condannati solo per il furto della bara e multati di 750 dollari. (Nota per i lettori: nel caso aveste anche voi una concezione molto personale circa lo smaltimento degli amici defunti, sappiate che la pena in Italia arriva fino a 7 anni di reclusione). Quello di Gram Parsons è probabilmente il commiato più caotico, più illegale e più autenticamente americano che un musicista abbia mai ricevuto. Tutto questo caos però ha il merito involontario di trasformarsi nel più bizzarro lancio pubblicitario della storia della musica. La vicenda rimbalza su tutti i giornali e, in mezzo a tutto questo clamore, ci si accorge anche che esiste anche un disco. Grievous Angel, dopo l’uscita, riceve finalmente gli elogi della critica. La Cosmic American Music comincia a trovare il suo pubblico. Tra i brani in scaletta c’è anche una cover, Love Hurts, una ballata country incisa 10 anni prima dagli Everly Brothers e poi passata di mano tra diversi musicisti, da Roy Orbison ai Nazareth. Nella sua versione, Parsons la prende e la spolpa fino all’osso. La sua voce, spezzata, si intreccia con quella, cristallina, di Emmylou Harris, creando un intreccio magnificamente nudo e fragile. È una canzone sull’amore che fa male, cantata da un uomo che di lì a poco sarebbe morto nel deserto a ventisette anni. Viene quasi voglia di non saperlo. Ma sapendolo, è impossibile ascoltarla in un altro modo.
Oggi Gram Parsons è considerato una figura fondamentale nella storia della musica americana anche se non è mai stato un nome famoso al grande pubblico. I Rolling Stones invece sì. Exile on Main St., nato anche grazie alle infinite jam session tra Parsons e Keith Richards, è considerato uno dei dischi più grandi della storia del rock. Dentro ci sono anche le sue impronte, senza che il suo nome compaia da nessuna parte. Un uomo che, come diceva il suo amico Chris Hillman, non riusciva a gestire la propria vita ma che sapeva benissimo come abitare la propria musica. E dentro quella musica ci abita ancora. Nella sua e in quella degli altri.