Il Ghana ha deciso di nazionalizzare le ricchezze minerarie

Il Ghana aggiunge un nuovo tassello alla sua politica delle nazionalizzazioni. La Commissione dei minerali, l’ente che disciplina il settore, avrebbe ordinato alle multinazionali Newmont, AngloGold Ashanti e Zijin di cedere le operazioni minerarie ad appaltatori locali entro la fine dell’anno. Stando a diverse fonti governative, sarebbero stati respinti anche i tentativi da parte delle società straniere di ottenere delle proroghe, trovando invece la minaccia di sanzioni. Secondo le regole in vigore, l’estrazione sotterranea deve essere affidata a società con almeno il 50% di proprietà ghanese, mentre i lavori in superficie necessitano di aziende statali. Da qui il richiamo alle multinazionali ad adeguarsi, pena multe salate e la chiusura delle miniere.

Il governo guidato da John Dramani Mahama continua lungo la strada della nazionalizzazione delle risorse minerarie. Dopo aver messo a punto un sistema che coinvolge i lavoratori e le aziende locali, ora lancia l’ultimatum alle multinazionali che ancora non si sono adeguate. Tra queste figurano l’americana Newmont, la britannica AngloGold Ashanti e la cinese Zijin, attive nel settore estrattivo ghanese. Come riportato da Reuters, le società straniere sarebbero state invitate a cedere, entro dicembre, le operazioni minerarie alle aziende locali, in un’ottica di rilancio della sovranità nazionale e di redistribuzione della ricchezza. Si tratta di un’esternalizzazione delle operazioni sul campo, con le multinazionali obbligate a rivolgersi ad aziende ghanesi, perdendo così buona parte dei profitti. La stretta del governo si ammorbidisce per le estrazioni sotterranee, dove viene prevista la possibilità di joint venture, dunque di un accordo tra aziende straniere e ghanesi.

La Commissione dei minerali sarebbe intervenuta invitando le multinazionali ad avviare i lavori per le gare d’appalto, pena la chiusura dei siti estrattivi e multe milionarie. Respinte dunque le richieste di proroga da parte di Newmont e Zijin, che al momento operano con i propri dipendenti, mentre AngloGold Ashanti avrebbe già aperto a una collaborazione locale per la miniera di Iduapriem.

L’indirizzo politico del Ghana — principale produttore africano di oro — si inserisce in un filone più ampio, relativo allo sfruttamento diretto delle risorse da parte dei Paesi africani. Se quello ghanese viene definito un progetto di “nazionalizzazione soft”, diversi Stati del continente hanno cominciato a estromettere totalmente dalle loro miniere le multinazionali straniere. L’obiettivo è lo stesso: dirottare i profitti a beneficio dello sviluppo nazionale e non di società estere. Nell’agosto del 2024 era stato il Burkina Faso a concludere un accordo del valore di 80 milioni di dollari per nazionalizzare le miniere d’oro di Boungou e Wahgnion, precedentemente appartenenti a una società privata. A gennaio 2025, invece, il governo del Mali aveva sequestrato all’azienda di estrazione mineraria Barrick Gold, la seconda più importante al mondo, le scorte del metallo prezioso estratte dal complesso minerario di Loulo-Gounkoto.

Se da un lato la nazionalizzazione delle risorse porta a una maggiore ricchezza interna, dall’altro non esaurisce il discorso sulla sua effettiva redistribuzione; piuttosto, la sposta su un altro piano, dove la giustizia sociale si intreccia con la necessità di contrastare corruzione e derive autoritarie. 

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Salvatore Toscano

Laureato in Scienze della Politica con una tesi sui beni comuni, per L’Indipendente si occupa di politica, diritti e movimenti. Si dedica al giornalismo dopo aver compreso l’importanza della penna come strumento di denuncia sociale.

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