Nei soli primi tre mesi del 2026, decine di città italiane hanno già esaurito o ampiamente superato i limiti annuali di inquinamento atmosferico previsti dalla nuova direttiva europea sulla qualità dell’aria, che entrerà in vigore nel 2030. È quanto emerge dall’aggiornamento del progetto Cambiamo aria, realizzato da ISDE Italia insieme all’Osservatorio Mobilità Urbana Sostenibile di Kyoto Club e Clean Cities Campaign, che ha monitorato 58 centraline di traffico e di fondo urbano in 27 città utilizzando i dati delle reti regionali ARPA/APPA. I risultati sono allarmanti: Milano, Verona, Modena, Padova, Torino, Parma, Brescia, Vicenza e Bologna registrano già da mesi concentrazioni di polveri sottili e biossido di azoto ben oltre le soglie raccomandate per la salute umana.
Il particolato PM10, come mostra il report [1], ha già oltrepassato in numerose città il tetto di 18 giorni di superamento annui stabilito dalla direttiva UE 2024/2881. A Milano, nella stazione MI-Marche, si contano 48 giorni con valori superiori a 45 µg/m³, quasi tre volte il limite consentito. Verona e Modena seguono a ruota con 43 e 40 giorni. Ancor più grave la situazione per il PM2,5, l’inquinante più pericoloso perché penetra in profondità nell’apparato respiratorio: Padova, Milano, Torino, Modena, Parma, Brescia, Verona, Vicenza e Bologna hanno già superato i 30 giorni con concentrazioni sopra i 25 µg/m³, mentre il limite annuo europeo è di soli 18 giorni. Le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, che fissano a soli 4 giorni l’anno il margine di superamento, sono state violate ovunque già a marzo.
Il quadro non migliora se si guarda [2] al biossido di azoto, fortemente legato alle emissioni del traffico veicolare. A fine marzo, il numero massimo di superamenti consentiti dalla direttiva europea risultava già ecceduto a Palermo, Torino, Genova, Milano e Napoli. Sul versante delle linee guida Oms, invece, quasi tutte le città monitorate presentano numeri molto elevati di giorni sopra soglia: Torino, Milano, Roma, Catania, Brescia, Bergamo, Vicenza, Modena e Verona registrano valori critici per oltre 80 giorni su 90. Solo Reggio Calabria resta sotto il limite annuale indicato dall’Organizzazione mondiale della sanità. L’ozono, altro inquinante prodotto dalle reazioni chimiche innescate dal traffico, ha già fatto registrare in molte città un numero di superamenti che in soli tre mesi ha abbondantemente oltrepassato il limite annuale.
Le conseguenze sanitarie di questo quadro sono drammatiche. A raccontarlo [3] è già stato il rapporto Harm to human health from air pollution in Europe: burden of disease status, 2025, dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), che conferma come l’Italia sia il Paese europeo con il più alto numero assoluto di morti attribuibili all’inquinamento atmosferico da polveri sottili PM2,5. Con 43.083 decessi stimati, il nostro Paese distanzia nettamente tutti gli altri Stati europei; il secondo in classifica, la Polonia, si ferma a circa 25 mila morti, mentre la Germania segue con poco più di 21 mila. Un divario enorme. Il documento segnala anche che a livello europeo, dal 2005 al 2023, i decessi prematuri attribuibili al particolato fine PM2,5 si sono ridotti del 57%. Una nota positiva che tuttavia non sana la drammatica, e dai più ignorata, situazione nel nostro Paese.
La direttiva europea 2024/2881 [4], che entrerà pienamente in vigore nel 2030, ha introdotto l’obbligo per gli Stati membri di recepire la norma entro l’11 dicembre 2026. La nuova normativa inasprisce sensibilmente i limiti per i principali inquinanti: entro il 2030 il valore annuale del PM10 scenderà dagli attuali 40 a 20 µg/m³, mentre il PM2,5 passerà da 25 a 10 µg/m³. Vengono inoltre ridotte le soglie per biossido di azoto, biossido di zolfo e benzene. Per la prima volta si introduce il monitoraggio di particelle ultrafini e carbone nero, e si rafforza il diritto dei cittadini a chiedere risarcimenti in caso di violazioni.