Negli ultimi giorni tra manifestazioni, DL Sicurezza e convegni davanti al Duomo meneghino, una parola più di tutte le altre ha dominato il dibattito politico italiano: “Remigrazione”. Il termine, in apparenza neutro, è stato sdoganato negli ultimi due anni dall’estrema destra di lingua tedesca, che ha rispolverato una parola già risignificata da movimenti ultra-nazionalisti francesi; ma cosa significa davvero? Contrariamente a quanto potrebbe apparire a primo impatto, “remigrazione” non significa “rimpatrio”: tale termine traduce piuttosto un concetto che vede nel fenomeno dell’immigrazione di massa l’origine ultima di tutti i mali della società, promuovendo, da un lato, provvedimenti volti a incentivare l’espulsione di stranieri – regolari e non – dal Paese in cui vivono, e, dall’altro politiche demografiche, sociali e del lavoro di stampo apertamente etnonazionalista.
“Remigrazione”: storia della parola e nascita del concetto
Quello di “remigrazione” è un termine di lunga data. Tra le prime attestazioni, una delle più antiche risale al 1584: la parola appare nel terzo dialogo de Lo Spaccio de la bestia trionfante di Giordano Bruno, in cui Saulino e Sofia discutono degli antichi egizi; in un breve passo, a “remigrare” è «la divinità» in direzione del «cielo» («la divinità remigrando al cielo lascerà l’Egitto deserto», recita la frase). La “remigrazione” è dunque intesa [1] in senso attivo come “ritorno verso il luogo di origine in seguito a una precedente migrazione”. In un articolo apparso sul Corriere [2], il linguista italiano Giuseppe Antonelli, osserva come nel corso dei secoli il termine appare sia in senso materiale – con il significato di “migrazione di ritorno” – che in senso spirituale – col significato di “ritorno dell’anima ai corpi”. Sempre in Italia, nel Ventennio, si afferma in più pubblicazioni con l’accezione di “ritorno alla patria”.
Lungo la maggior parte del secolo scorso, il termine – come la variante “reimmigrazione” – resta in larga parte in disuso, impiegato quasi esclusivamente in ambito accademico con quella medesima accezione neutra di “ritorno in patria dopo una migrazione”. Viene riesumato dalla politica, e precisamente dall’estrema destra francese, negli anni ’90: il giornalista Leonoardo Bianchi [3] spiega che «il primo partito a promuovere la “remigrazione” è stato il Front National», alle regionali del 1992. Nel 2014, Laurent Ozon, vicino a Marine Le Pen, lancia il “Movimento per la remigrazione”, a cui aderiscono movimenti nazionalisti come il Bloc Identitaire di Philippe Vardon, che iniziano a utilizzare il concetto e a farne un manifesto politico: erano gli anni in cui nei salotti della destra parigina dominava la teoria della “Grande Sostituzione”, secondo la quale l’immigrazione di massa sarebbe parte di un disegno per – appunto – sostituire le popolazioni europee bianche e cristiane con persone di altre fedi (prevalentemente quella musulmana) provenienti da altri continenti. «La risposta, è la remigrazione», diceva Vardon in un’intervista; «fermare l’immigrazione e innescare il processo inverso», ossia rimpatriare le persone straniere.
Nel 2023, un decennio dopo l’appropriazione della parola “remigrazione” da parte della politica, il concetto torna alla ribalta nei medesimi ambienti di estrema destra francesi e in quelli tedeschi e austriaci. È da qui che il concetto esplode fino a diffondersi in tutta Europa e negli USA, ripreso dal presidente Trump. Quel medesimo anno, la remigrazione fu al centro di un incontro a Postdam, in Germania, organizzato dal principale partito di estrema destra tedesco Alternativa per la Germania (AfD); a presentarlo fu l’attivista austriaco Martin Sellner, che l’anno successivo scrisse un libro sul tema, da molti considerato una sorta di manifesto della remigrazione. Nel corso del convegno, Sellner presentò quello che di fatto apparse come un piano di espulsione di massa delle persone straniere dai Paesi di lingua tedesca, scatenando una bufera su AfD. Il partito prese inizialmente le distanze dalla proposta, per poi rivendicarla e inserirla nel proprio programma.
Cos’è la Remigrazione

Il libro di Sellner posa le fondamenta di quello che egli definisce «il concetto chiave del XXI Secolo [ndr. corsivo originale]». Un concetto, continua Sellner «che o diventerà centrale nell’agenda politica tedesca, oppure non ci sarà più una politica tedesca in futuro». Sellner definisce la remigrazione come «un insieme di misure volte a invertire i flussi migratori sulla base di una politica demografica alternativa e identitaria»; in altre parole, “remigrazione”, secondo Sellner, è «un termine generale che comprende tutte le misure da adottare per una politica identitaria e demografica di destra». Contrariamente a quanto possa apparire, insomma, “remigrazione” non è sinonimo di “rimpatrio”: essa non si limita all’atto di espellere i cittadini stranieri facendoli tornare nel loro Paese di origine, ma propone una visione politica. A sua volta, quella visione politica non si risolve in quella che viene generalmente definita “politica di immigrazione”: leggendo il testo di Sellner, ascoltando i pionieri del concetto, e analizzando le stesse proposte di legge per implementare la remigrazione, tale concetto appare piuttosto come un vero e proprio programma politico e demografico di stampo etnonazionalista.
L’idea di remigrazione poggia sul principio per cui i vari Paesi starebbero promuovendo una «immigrazione di sostituzione» per trasformare gli Stati in entità multietniche come soluzione alle crisi demografica e lavorativa. La risposta, in tal senso, sarebbe quella di indurire le politiche di respingimento delle persone migranti, accelerare le espulsioni degli irregolari, e favorire il rimpatrio “volontario” dei cittadini stranieri regolari (e nei casi più estremi dei cosiddetti “cittadini di seconda generazione”, i figli di persone naturalizzate) – per esempio pagando gli interessati per andarsene. Parallelamente, il programma “remigrativo” promuove provvedimenti volti a risolvere quelle medesime crisi – demografica e lavorativa – che riconduce all’immigrazione di massa, e che sostiene essere aggravate (se non addirittura sfruttate) dal sistema di gestione delle persone migranti e degli stranieri. Esempi di tali misure sono incentivi alla natalità (come bonus una tantum, costruzione di asili, assunzioni nei nidi), leggi sul diritto al ritorno sulla base dello ius sanguinis o politiche per favorire l’assunzione di cittadini non stranieri.
Nel concetto di remigrazione come teorizzato da Sellner e dai movimenti di estrema destra francesi, rientra l’idea per cui l’immigrazione di massa starebbe alla base non solo delle crisi demografica e lavorativa del Vecchio Continente, ma anche di fenomeni quali il terrorismo, la criminalità, la scarsa sicurezza, lo smembramento del tessuto sociale, il sovraccarico del sistema previdenziale, le crisi del sistema educativo e di quello sanitario, l’aumento degli affitti, e persino «la riduzione dei terreni edificabili»; l’immigrazione sarebbe, insomma, la radice di tutti i mali – esistenti e non. Essa influenzerebbe inoltre la politica: con quello che Sellner definisce «voto etnico», i cittadini stranieri naturalizzati e di seconda generazione favorirebbero la promozione di politiche per facilitare ulteriormente l’immigrazione, generando un circolo vizioso. La remigrazione viene presentata come la cura a tali problemi non solo perché bloccherebbe il flusso di stranieri in entrata nei Paesi e rimuoverebbe quelli già presenti, ma anche perché propone provvedimenti demografici e interventi sociali che mettono al centro la popolazione – per usare termini pronunciati dallo stesso Vardon – «di sangue», «autoctona», confinando nelle periferie gli stranieri, giudicati «cittadini amministrativi».
La remigrazione in Italia
In Italia si è iniziato a parlare di remigrazione solo recentemente. All’interno dei partiti politici, la proposta è stata raccolta e invocata da esponenti dei partiti di destra, come il fondatore di Futuro Nazionale [4] Roberto Vannacci, l’Eurodeputata leghista Isabella Tovaglieri [5] e il capogruppo della Lega in Lombardia Alessandro Corbetta [6]. Seppur inizialmente con far timido, il partito che ha maggiormente aperto alla remigrazione è stato proprio la Lega di Salvini, tanto che lo scorso 18 aprile ha organizzato a Milano un incontro dell’eurogruppo Patrioti per l’Europa che molti hanno definito “Remigration Summit”; agli incontri il tema è stato affrontato solo parzialmente, e la Lega ha a suo modo confermato quel primo approccio di lontananza verso le politiche di remigrazione. Gli altri partiti di maggioranza hanno preso le distanze dall’evento. Nonostante ciò, il governo ha promosso qualche proposta di stampo “remigrativo”: è il caso di un provvedimento dell’ultimo DL Sicurezza [7], che prevede un premio di 615 euro per gli avvocati che assistono gli stranieri nei casi di rimpatrio volontario assistito.
Davanti ai tentennamenti della politica tradizionale, a proporre con maggior vigore una politica di remigrazione sono stati gruppi extraparlamentari di estrema destra. La remigrazione è stata avanzata dal “Comitato Remigrazione e Riconquista”, formato da gruppi neofascisti come Casapound che hanno redatto una proposta di legge da presentare in Parlamento. La proposta doveva venire presentata lo scorso 30 gennaio alla Camera dei Deputati, ma la discussione è stata bloccata da un gruppo di deputati dell’opposizione che ne hanno impedito lo svolgimento; il giorno dopo, la proposta ha raccolto le firme necessarie per venire presentata in Parlamento. Il testo interviene direttamente sui principi della migrazione, sancendo che «non esiste un diritto intrinseco a migrare, inteso come facoltà del singolo individuo di abbandonare la propria nazione di origine per stabilirsi liberamente in un’altra», e dando allo Stato pieno potere di deliberare sugli ingressi e la permanenza degli stranieri nel Paese.
Sul versante migratorio e riguardo alle politiche di gestione delle persone straniere, la proposta del Comitato abolisce il decreto flussi e ripensa interamente le politiche di immigrazione: essa indurisce le politiche di respingimento alle frontiere, aggiungendo ai provvedimenti di espulsione divieti di ingresso nel Paese per dieci anni; inasprisce le politiche di espulsione e di revoca della cittadinanza verso gli stranieri – anche regolari – rei di crimini, arrivando a disporla nei casi di condanna per delitti di minor gravità che prevedono anche solo due anni di carcere; rivede le norme di ricongiungimento e abolisce la tutela speciale; rafforza il controllo dello Stato nei confronti delle ONG che operano via mare, introducendo obblighi di tracciabilità, coordinamento con il ministero degli Interni e sanzioni salatissime (fino a un milione di euro) verso chi viola le norme sulle autorizzazioni o i divieti di ingresso. Parallelamente, istituisce un «Patto di Remigrazione Volontaria» da sottoscrivere con gli stranieri regolari, incentivando il loro ritorno nel Paese di origine. Il Patto impegna lo Stato a erogare un contributo agli stranieri che decidono di andarsene dall’Italia accettando di non tornarvi se non per motivi documentati.
Per quanto riguarda l’entrata di lavoratori extra-europei, essa viene consentita «solo in caso di necessità documentata e residuale», e «adottata in risposta a fabbisogni produttivi documentati in settori specifici». In ogni caso, le politiche del lavoro danno «priorità ai lavoratori di cittadinanza europea». Sul versante demografico, infine, la proposta prevede l’erogazione di bonus una tantum per le coppie italiane che decidono di avere dei figli, e l’istituzione di sconti nei nidi e negli affitti; estende inoltre il diritto di cittadinanza a tutti gli «italo-discendenti» e ne incentiva l’entrata in Italia.