Dopo l’approvazione al Senato di venerdì scorso, l’ultimo dl Sicurezza è approdato oggi alla Camera, dove avrà tempo fino a sabato 25 aprile per essere votato ed evitare così la decadenza. Il governo ha già preannunciato che chiederà la fiducia, in modo da velocizzare l’iter di approvazione. Tuttavia, sul provvedimento permangono dubbi di legittimità costituzionale e vera e propria inapplicabilità di alcune norme, soprattutto per quanto riguarda quelle sulla “remigrazione”. Tra queste, a sollevare particolare perplessità vi è quella che prevede un premio di 615 euro per gli avvocati che assistono gli stranieri nei casi di rimpatrio volontario assistito. Numerose anche le perplessità del Quirinale, che ieri ha convocato il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per un colloquio.
Secondo l’emendamento 30bis, dovrebbe essere il Consiglio Nazionale Forense (CNF) a versare il premio per l’avvocato, una volta accertato l’avvenuto rimpatrio. Tuttavia, l’organo non è mai stato consultato dal governo in merito. Lo ha detto [1] lo stesso presidente del CNF, Francesco Greco, nel corso di un’intervista rilasciata al manifesto. Greco ha infatti spiegato che il Consiglio, che è venuto a conoscenza della norma solamente dopo che questa era stata approvata dal Senato, semplicemente non può pagare gli avvocati – nemmeno nel caso del gratuito patrocinio, perchè in quel caso i compensi legali passano attraverso la Corte d’Appello. Greco ha anche sottolineato come il nuovo decreto intenda privare un migrante della possibilità di accedere al gratuito patrocinio nel caso in cui questi faccia ricorso contro un provvedimento di espulsione e di come questa eventualità si ponga in pieno contrasto con l’art. 24 della nostra Costituzione, che garantisce a ciascuno (inclusi i non abbienti) il diritto alla difesa giuridica. Il patrocinio a spese dello Stato, spiega Greco, “è un istituto di civiltà giuridica che da attuazione all’art. 24 della Costituzione”. Ma “se qualcuno non crede nell’art. 24 è un problema suo”, aggiunge Greco, dal momento che “il nostro ordinamento giuridico si fonda sul principio di uguaglianza, sulla tutela dei diritti, sullo stato di diritto”.
Ma il CNF non è l’unico organismo ad esprimere perplessità sul contenuto del provvedimento. L’OCF, l’Organismo Congressuale Forense, ha proclamato [2] lo stato di agitazione proprio in segno di protesta contro le medesime norme. Il testo approvato dal Senato, infatti, “non solo lede il diritto di difesa effettiva dell’individuo, ma addirittura stravolge il ruolo e la funzione dell’avvocato, essenziale nel garantire l’assetto democratico del nostro ordinamento”. Una posizione simile è stata espressa [3] dall’ANM (Associazione Nazionale Magistrati), mentre anche il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) ha segnalato [4] profili di incostituzionalità, ma nei riguardi degli accertamenti di polizia preventivi.
Secondo quanto emerso da alcuni organi stampa, il governo avrebbe intenzione di modificare la norma con un emendamento soppressivo, che costringerebbe il provvedimento a tornare in Senato in terza lettura per una nuova votazione. I tempi, tuttavia, sono strettissimi: il decreto dovrà essere approvato entro il 25 aprile, pena la decadenza. Per questo motivo, è possibile che venga approvato così com’è e che vengano fatte successivamente delle correzioni. Dal canto suo, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato ieri il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, dicendosi pronto a non firmare il provvedimento nel caso di non cancellazione dell’emendamento 30bis. La discussione in merito è iniziata stamattina.