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L’aumento clamoroso del prezzo dei concerti e il monopolio di Live Nation e Ticketmaster

Dieci anni fa assistere a un concerto dei Bring Me The Horizon costava 28 euro, commissioni comprese; per vederli quest’anno, nella data italiana del tour europeo, lo stesso utente ne ha spesi 117, prendendolo in prevendita. Un artista come Calcutta vendeva biglietti a 12 euro, un festival con artisti come Blink 182, Sum 41, Simple Plan e All Time Low nel 2010 si poteva vedere con 41 euro, i Green day con 40 euro nel 2009 e 50 nel 2013. È il contenuto di uno dei tanti video che stanno girando sui social per denunciare l’impennata dei prezzi dei concerti, in un loop infinito che conviene a tutti (artisti, management, organizzatori, spazi per eventi e piattaforme di rivendita), tranne che a chi i concerti li va a vedere. O meglio, andava, perché con i prezzi proibitivi di oggi assistere dal vivo [1] agli spettacoli dei propri artisti preferiti sta diventando un lusso che sempre meno persone riescono a permettersi.

Il cambiamento è stato graduale abbastanza da non sembrare uno scandalo, ma i numeri raccontano una storia precisa. Secondo i dati [2] dell’osservatorio internazionale Pollstar, nel 2001 il prezzo medio di un biglietto per un concerto era di 37 dollari. Nel 2025 ha superato i 90, con un incremento del 146%. Ma è sui grandi eventi che i rincari diventano vertiginosi: in meno di trent’anni il prezzo medio per accedere a uno dei cento concerti più seguiti al mondo è passato da 25,80 dollari nel 1996 a 135,90 dollari nel 2024. Per i concerti negli stadi la media ha toccato i 216 dollari: il 29% in più rispetto al 2023. Gli Oasis, in occasione della reunion del 2025, hanno venduto i biglietti per Wembley a 150 sterline: nel 2009, lo stesso settore costava 44.

In Italia la situazione è meno eclatante nei numeri assoluti, ma la traiettoria è identica. Secondo il rapporto [3] SIAE 2024, il biglietto medio per un concerto pop o rock si attesta a 37 euro, ma la media nasconde divari enormi: in Lombardia e Lazio la spesa media per spettatore supera i 47-50 euro, e per gli artisti internazionali in tournée nel Paese l’aumento rispetto al periodo pre-pandemia ha superato il 100%. Un pacchetto VIP per un nome di primo piano supera facilmente i 300 euro; l’Eras Tour di Taylor Swift, nell’estate del 2023, ha proposto biglietti tra i 100 e i 200 euro per i posti standard, fino a 800 per le opzioni premium.

Dietro a questo schema c’è una struttura di potere ben precisa, e raccontarla è più semplice di quanto sembri. Il mercato della musica dal vivo è oggi dominato da pochissimi attori. In Italia operano principalmente due grandi gruppi internazionali: la statunitense Live Nation e la tedesca Eventim, quest’ultima proprietaria di TicketOne. Queste multinazionali gestiscono gli artisti, organizzano i concerti, possiedono le piattaforme che vendono i biglietti e controllano un numero crescente di spazi. Quando un soggetto unico siede contemporaneamente sui quattro lati del tavolo – come promoter, come gestore degli spazi, come agente degli artisti e come venditore dei ticket – non c’è più mercato. C’è solo un percorso obbligato attraverso il quale tutti devono passare.

Negli Stati Uniti, questo sistema è stato finalmente chiamato con il suo nome. Il 15 aprile 2026, una giuria federale di New York ha stabilito che Live Nation – costituita nel 2010 dalla fusione con Ticketmaster – ha operato in regime di monopolio, violando le leggi antitrust federali e statali. Ticketmaster detiene contratti esclusivi con oltre il 70% dei principali spazi per eventi del Paese, Live Nation controlla l’80% del mercato degli anfiteatri e gestisce più di 400 artisti in regime di esclusiva: un sistema che il Dipartimento di Giustizia, insieme a 34 Stati americani, ha portato in tribunale fino alla condanna. Il sovrapprezzo medio riconosciuto dalla giuria è di 1,72 dollari per biglietto, una cifra che, moltiplicata per i volumi del gruppo (nel solo 2024 parliamo di 55mila concerti e 159 milioni di spettatori), si traduce in danni stimati attorno ai 150 milioni di dollari. Tra le sanzioni allo studio c’è la separazione forzata tra le due società e il gruppo ha già annunciato ricorso.

Uno degli strumenti più controversi attraverso cui il sistema gonfia i prezzi è il cosiddetto dynamic pricing: un meccanismo algoritmico che adegua il costo del biglietto in tempo reale in base alla domanda, alla profilazione dell’utente e ad altri parametri gestiti automaticamente dalle piattaforme. Le stesse aziende lo presentano come un antidoto al bagarinaggio. In realtà, l’effetto è identico: il prezzo sale. La differenza è che il profitto non va al bagarino, ma all’artista e alla piattaforma. Come ha dichiarato al Guardian l’europarlamentare olandese Lara Wolters, in occasione delle polemiche per i biglietti degli Oasis nell’estate 2024: «Gli unici vincitori in questa situazione sono le grandi piattaforme di biglietteria, a spese dei fan. Questo non è un sistema che cerca di massimizzare la gioia riempiendo lo stadio con i più grandi fan di un artista, ma di massimizzare il profitto dalla musica come da qualsiasi altro prodotto».

Il tema è sul tavolo anche in Europa, sebbene con meno decisione. Dopo il caso Oasis, la Commissione europea ha dichiarato di stare esaminando il dynamic pricing, pur ritenendo la pratica in sé non contraria alle leggi comunitarie. Al Parlamento europeo, la stessa Wolters – che già nel 2023 aveva presentato un’interrogazione scritta alla Commissione – e l’italiano Pierfrancesco Maran hanno organizzato un evento pubblico sul tema nell’ottobre 2024, chiedendo un intervento legislativo, senza che però nulla cambiasse nella pratica.

Il punto è che la musica dal vivo è stata trasformata in prodotto di lusso, e la cosa è stata talmente normalizzata che persino lamentarsene sembra anacronistico. Spendere 200 euro per vedere un artista che fino a dieci anni fa costava venti è diventata una delle tante piccole rese della contemporaneità. Si paga, si tace, si canta. Ma forse vale la pena ricordare che quei 28 euro per vedere i Bring Me The Horizon non erano un’anomalia. Erano il prezzo giusto. Ma qualcuno ha deciso che il prezzo giusto non fosse abbastanza redditizio.

 

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Mario Catania

Giornalista professionista freelance, specializzato in cannabis, ambiente e sostenibilità, alterna la scrittura a lunghe camminate nella natura.