«Dietro tutto questo c’è un accordo che [Paolo Zampolli] ha fatto con Melania». Così Amanda Ungaro, ex modella ed ex ambasciatrice per le Nazioni Unite, racconta il presunto legame tra il suo ex compagno, Paolo Zampolli – agente di modelle, amico intimo di Donald Trump e oggi inviato speciale del Presidente degli Stati Uniti per le Partnership Globali – e Melania Trump. Secondo Ungaro, tra i due esisterebbe un accordo volto a garantirne il silenzio, che avrebbe favorito l’ascesa politica dell’imprenditore: «C’è un patto tra loro, ne sono certa al cento per cento». Secondo l’ex modella, la First Lady avrebbe interesse a tenere stretto Zampolli, «perché ha paura che lui possa dire o rivelare circostanze compromettenti».
Nonostante una diffida da parte dell’imprenditore, la trasmissione RAI ha deciso comunque di mandare in onda l’intervista. Dal Brasile, ai microfoni di Report [1], Ungaro parla dei presunti rapporti tra Zampolli, il presidente degli Stati Uniti, la First Lady e Jeffrey Epstein. Al centro della vicenda vi sarebbe quello che l’ex modella definisce il “momento fondativo” della relazione tra i coniugi Trump, che metterrebe a repentaglio la loro reputazione: «Nei documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia si legge che fu Epstein a presentare Melania al presidente USA», puntualizza. Ungaro ripercorre anche la propria vicenda personale, soffermandosi sulla battaglia legale per la custodia del figlio avuto con Zampolli e sull’espulsione dagli Stati Uniti dopo il divorzio, disposta dall’ICE – secondo il New York Times [2] su segnalazione dello stesso imprenditore. La donna racconta di aver iniziato la carriera di modella a soli 13 anni, di essere stata ingaggiata da Jean-Luc Brunel, collaboratore di Epstein morto suicida in carcere, e di aver volato sul Lolita Express quando era ancora minorenne. In quel contesto, avrebbe conosciuto Zampolli a 15 anni, iniziando una relazione con lui due anni dopo in Brasile.
Nel corso dell’intervista, Ungaro denuncia inoltre molestie, minacce e anni di abusi fisici, psichici e sessuali, inclusi tentativi di strangolamento, subiti dall’ex marito. Accuse che, a suo dire, sarebbero supportate da fotografie di lividi e contusioni e testimonianze raccolte da amici della coppia e interpellati dal giornalista Sacha Biazzo. Zampolli respinge ogni addebito, punto per punto, definendo le accuse della ex compagna una «vendetta personale» e arrivando ad affermare che le «donne brasiliane sono programmate per creare casino». L’imprenditore nega anche di aver sollecitato l’ICE per deportare Ungaro o di aver ottenuto favori, sostenendo di essersi limitato a chiedere chiarimenti sulla situazione. Aggiunge di “non aver mai toccato una donna” e ribadisce: «Tutto il mondo sa che l’ho presentata io Melania, lo sa il presidente, lo sa lei, lo so io». Zampolli ha sempre sostenuto di essere stato lui a presentare l’allora Melania Knauss a Donald Trump nel 1998, quando la futura First Lady lavorava come modella nella sua agenzia. Nello stesso periodo, come noto, avrebbe intrattenuto rapporti anche con Jeffrey Epstein e con la sua compagna Ghislaine Maxwell.
Oltre alla testimonianza di Ungaro e alla replica di Zampolli, Biazzo intervista anche Arie Ben-Menashe, ex agente dell’intelligence militare israeliana ed ex collaboratore dell’ex premier Ehud Barak. Già nel 2020, in un’intervista a RT International [3], Ben-Menashe aveva dichiarato che «Epstein era un agente del Mossad», sostenendo che un ruolo analogo fosse stato svolto anche da Robert Maxwell, padre di Ghislaine, fidanzata e complice di Epstein e ora in carcere. Secondo Ben-Menashe, Epstein non sarebbe stato soltanto un finanziere o un criminale sessuale, ma il gestore operativo di un sistema sofisticato di raccolta di informazioni compromettenti. Tale sistema si sarebbe basato sull’uso sistematico di telecamere nascoste [4] nelle sue residenze di New York, Palm Beach e sull’isola privata di Little Saint James: «L’intera operazione sull’isola di Epstein era una missione di intelligence volta a intrappolare politici, celebrità, personaggi dei media e decisori attraverso il ricatto sessuale, reclutandoli come agenti israeliani».
Questa versione viene ribadita anche a Report, dove Ben-Menashe conferma che Epstein veniva utilizzato da Tel Aviv per esercitare pressione sul governo statunitense: «Epstein era un agente israeliano, aveva enormi risorse a sua disposizione», spiega, aggiungendo che era particolarmente abile nello «spiare e ricattare tutti» e che «gli israeliani hanno il controllo su molti politici americani, grazie alle informazioni raccolte da Epstein». A margine dell’intervista, pensando che le telecamere siano spente, si spinge a ipotizzare che Trump sarebbe stato trascinato da Benjamin Netanyahu verso un conflitto con l’Iran a causa di un presunto ricatto basato su alcune foto di Melania con Epstein. Già in passato, Ben-Menashe aveva descritto Epstein come un crocevia di informazioni e dossier sensibili a livello geopolitico, sostenendo, inoltre, che sarebbe stato Robert Maxwell a introdurre Epstein nei circuiti dell’intelligence israeliana, fungendo da garante e mediatore, e che la rete costruita nel tempo avrebbe coinvolto figure di primo piano, tra cui lo stesso Ehud Barak, divenuto poi amico intimo dello stesso finanziere di Brooklyn e uno dei nomi chiave degli Epstein Files.