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ENI sta cercando di fermare un’associazione ambientalista chiedendole 800.000 euro di danni

800mila euro. È questa la cifra chiesta da ENI all’associazione ambientalista ReCommon, accusata dal colosso dell’energia italiano di diffamazione aggravata. Nello specifico, ENI contesta le dichiarazioni rilasciate da Eva Pastorelli, in qualità di rappresentante dell’associazione, durante una edizione di Report dello scorso dicembre: Pastorelli aveva chiarito le attività della multinazionale nel Mediterraneo Orientale, e precisamente nelle acque palestinesi, la cui esplorazione era stata concessa a ENI dal governo israeliano. ReCommon parla esplicitamente del caso come di un esempio di “Slapp”, ovvero di una “causa bavaglio” volta a intimidire e mettere a tacere chi denuncia abusi di potere.

Ma andiamo con ordine. Lo scontro tra ENI e l’associazione ambientalista ReCommon si è aperto a marzo, quando i legali del colosso energetico hanno notificato all’organizzazione la richiesta di avvio di una mediazione obbligatoria per presunta diffamazione aggravata dall’uso del mezzo televisivo e dei social media. Nel mirino di ENI sono finite in particolare due affermazioni di Pastorelli: la prima riguardava l’assegnazione di licenze di esplorazione al largo delle coste di Gaza a un consorzio guidato proprio da ENI, annunciata dal ministero dell’Energia israeliano il 29 ottobre 2023. Su L’Indipendente, avevamo raccontato [1] come, nel febbraio 2024, lo studio legale Foley Hoag LLP – su input delle associazioni umanitarie di Al-Haq, Al Mezan, e il Centro Palestinese per i Diritti Umani, affiancate dal Centro Legale per i Diritti delle Minoranze Arabe in Israele Adalah – avesse inviato una lettera a ENI e ad altre aziende energetiche per dissuaderle dall’avviare attività in quell’area, ritenuta parte della Zona Economica Esclusiva palestinese, nonostante le autorizzazioni concesse da Israele. La seconda affermazione di Pastorelli finita al centro della controversia si riferiva alla partnership con Delek Group, definita dall’attivista «nella lista nera delle Nazioni Unite perché opera nei Territori Palestinesi occupati e opera illegalmente in questi». Secondo ENI, tali dichiarazioni sarebbero false e avrebbero «alimentato sentimenti di odio e ostilità verso ENI e i suoi dipendenti, mettendo addirittura in serio pericolo l’incolumità dei lavoratori operanti in Italia e all’estero e delle loro famiglie».

ReCommon, a ogni modo, ha respinto [2] al mittente ogni accusa. Le affermazioni sulla assegnazione delle licenze, ha evidenziato l’associazione, erano suffragate da una comunicazione ufficiale del ministero dell’Energia israeliano, ripresa da testate internazionali come Reuters e Times of Israel. Quanto alla «lista nera», si trattava del documento dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani che elenca le imprese con «particolari preoccupazioni in materia di diritti umani» nei territori occupati, documento che include espressamente Delek Group. Inoltre, ReCommon ricorda di aver pubblicato sul proprio sito anche l’intenzione espressa dalla stessa ENI a Report di «non essere coinvolta in attività nell’area nel futuro». E proprio a fine marzo 2026, il quotidiano finanziario israeliano Globes ha rivelato che ENI era uscita dal consorzio per l’esplorazione del cosiddetto “Blocco G” – una decisione poi confermata dalla società con una nota ufficiale.

«ENI sembra intenzionata a mantenere il suo primato in Europa per numero di liti temerarie, rivolgendoci pesanti e infondate accuse con l’obiettivo di silenziare l’attività di informazione condotta dall’associazione su questioni di indiscutibile pubblico interesse – ha commentato la stessa Eva Pastorelli –. Il tutto per aver riportato dati inconfutabili, tra cui le dichiarazioni della stessa ENI. Non ci faremo zittire, continueremo a portare avanti le istanze e le voci delle comunità impattate dalle attività estrattive di ENI, in Palestina e ovunque ce ne sarà bisogno». ReCommon si dice pronta ad affrontare un’eventuale nuova citazione in giudizio, mentre crescono le critiche sul presunto utilizzo di azioni legali strategiche per soffocare il dissenso.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.