Guarda gli oggetti che hai intorno. Il telefono che tieni in mano. Il computer su cui lavori. Le cuffie, le batterie portatili, forse un’auto elettrica parcheggiata sotto casa. Ora immagina che improvvisamente smettano di esistere.
Non perché si siano rotti. Ma perché non esistono più i materiali per costruirli.
È questo il motivo per cui oggi governi e industrie parlano sempre più spesso di sicurezza delle catene di approvvigionamento. Negli ultimi anni il mondo ha capito quanto siano fragili: prima con la pandemia, poi con la guerra in Ucraina, oggi con le tensioni sempre più pericolose in Medio Oriente.
Quando una rotta energetica viene minacciata, il mondo intero lo sente. Lo vediamo con la crisi attorno all’Iran e con il blocco dello Stretto di Hormuz [1], uno dei passaggi più strategici per il petrolio globale.
Ma nel XXI secolo il potere non si misura più soltanto nel petrolio. Sempre più spesso si misura nell’accesso ai minerali critici che rendono possibile la nostra economia tecnologica. Batterie, infrastrutture digitali, sistemi energetici, tecnologie industriali e militari dipendono da catene di approvvigionamento concentrate in pochi territori del pianeta. Tra questi materiali ce n’è uno che racconta meglio di tutti la nuova geopolitica delle risorse: il cobalto.
Oltre il 70% del cobalto mondiale viene estratto [2] nella Repubblica Democratica del Congo, e in particolare da Kolwezi. Questo significa che una parte enorme dell’economia globale dipende da ciò che accade qui; ed è qui che la geopolitica incontra la realtà.
Negli ultimi anni la competizione tra Stati Uniti e Cina per l’accesso ai minerali critici si è intensificata. Washington cerca di ridurre la dipendenza dalle filiere industriali dominate da Pechino, mentre Pechino difende una presenza costruita nel tempo attraverso investimenti massicci.
La recente approvazione dell’acquisizione della compagnia mineraria Chemaf da parte della statunitense Virtus Minerals è uno dei segnali più chiari di questa nuova corsa alle risorse. Chemaf controlla alcune concessioni tra le più promettenti nel settore del rame e del cobalto in RDC. Il passaggio di questi asset a un operatore sostenuto da capitali occidentali non è soltanto un’operazione industriale: è un tentativo di riequilibrare un settore in cui la presenza cinese è diventata dominante negli ultimi anni. In altre parole, il Congo sta diventando uno dei campi più delicati della competizione globale per l’autonomia strategica.
Ma mentre governi e aziende discutono di sicurezza delle forniture e di autonomia industriale, nei territori da cui queste risorse provengono si vive una realtà molto diversa. A Kolwezi, il cobalto non è una parola nei report economici. È la vita quotidiana delle comunità.
Interi quartieri sorgono sopra concessioni minerarie. Molte famiglie vivono su terreni che possono diventare parte di una miniera da un giorno all’altro. Accanto alle grandi miniere industriali esiste poi un mondo meno visibile: quello dell’estrazione artigianale. Migliaia di persone, tra cui bambini, scavano a mano tunnel instabili per recuperare minerali destinati alle filiere globali.
Esiste un proverbio africano che descrive bene questa dinamica: quando due elefanti si scontrano, è l’erba a rimanere schiacciata.
Gli elefanti sono le potenze globali, le strategie industriali e le grandi aziende che competono per le risorse del futuro. L’erba sono i territori su cui si combatte questa partita. Il Congo oggi è uno di questi territori.
E mentre il mondo osserva le tensioni in Medio Oriente e le rotte energetiche che attraversano il Golfo Persico, un’altra partita – meno visibile ma altrettanto decisiva – si gioca nelle miniere dell’Africa centrale, come abbiamo approfondito nel report Il prezzo del progresso [3], che documenta l’impatto delle concessioni minerarie sulle comunità di Kolwezi.
Perché le guerre del futuro non si combatteranno soltanto per il controllo del petrolio o delle rotte marittime. Sempre più spesso si combatteranno per il controllo delle materie prime che rendono possibile il potere tecnologico e industriale.
E quando gli elefanti della geopolitica globale iniziano a muoversi, è sempre l’erba – i territori e le comunità che li abitano – a sentire per prima il peso dello scontro.