Dopo aver messo [1] in guardia dai rischi del riarmo, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) è tornato a parlare di previsioni economiche. Se la guerra in Asia Occidentale dovesse continuare per mesi e il rincaro dei prezzi energetici persistere, la crescita economica frenerebbe. In altre parole, l’aumento del Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale — un aggregato dei singoli indicatori nazionali — potrebbe arrivare ad attestarsi al 2% rispetto al 2025, praticamente alla soglia di quella che gli economisti definiscono recessione globale. All’interno del rapporto World Economic Outlook, il FMI ipotizza anche uno scenario dove la guerra durerà al massimo qualche altra settimana, intaccando la crescita mondiale di due decimali, gli stessi che perderebbe l’Italia, messa peggio rispetto ai principali partner europei a causa della sua dipendenza energetica.
L’equilibrio in Asia Occidentale, nonostante la tregua entrata in vigore una settimana fa, resta fragile. Il commercio energetico funziona a singhiozzo, con i flussi attraverso lo stretto di Hormuz non paragonabili minimamente a quelli di inizio anno, prima cioè dell’aggressione israelo-americana all’Iran. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha elaborato [2] tre diversi scenari economici, a seconda degli sviluppi in Asia Occidentale. Se la guerra dovesse finire definitivamente nelle prossime settimane e Hormuz aprisse per riportare le esportazioni energetiche alla normalità, l’economia mondiale avrebbe tempo per assorbire parzialmente il colpo, chiudendo con una crescita del PIL pari al 3,1% (-0,2% rispetto alle stime di gennaio). L’incremento italiano rispetto al 2025 si attesterebbe sullo 0,5%, la metà dei partner francese e tedesco e quattro volte meno le stime di Madrid. La Spagna, sfruttando le risorse naturali, è tra i Paesi europei più resilienti dal punto di vista energetico, mentre invece l’Italia fa i conti con un’atavica dipendenza che la espone all’incertezza degli stravolgimenti geopolitici, ultimo quello nel Golfo.
In questo momento storico, ancora lontano dal mettere [3] seriamente in discussione il paradigma della crescita economica, rallentare vuol dire fare i conti con gravi conseguenze, come licenziamenti e riduzione della spesa sociale. A maggior ragione se si è inseriti, come l’Italia, in una struttura neoliberista quale l’Unione europea, i cui vertici hanno di recente fatto sapere di non voler sospendere [4] il famoso Patto di stabilità, nonostante la crisi in atto. Di tutt’altra natura era stata la posizione europea lo scorso [5] anno, quando la presidente della Commissione Ursula von der Leyen aveva annunciato l’introduzione di una clausola al Patto per permettere ai Paesi membri di aumentare la propria spesa in armi.
Il rischio recessione denunciato dall’Italia alla luce delle ultime esternazioni europee potrebbe estendersi a livello globale. Lo denuncia il Fondo Monetario Internazionale, illustrando gli altri possibili scenari futuri. Con quello “avverso”, dato dal continuo della guerra e dal mantenimento degli attuali prezzi di petrolio e gas, la crescita del PIL globale si attesterebbe al 2,5%. Se invece il prezzo del petrolio dovesse stabilizzarsi sui 110 dollari a barile (+100% rispetto alle stime di gennaio), seguito da rialzi sul gas, si materializzerebbe lo scenario “grave”, con la crescita economica attorno al 2%. Al di sotto di questa soglia l’economia mondiale viene considerata in recessione, in balìa dunque di inflazione e aumenti dei tassi di interesse, come accaduto durante la pandemia di Covid-19.