Sotto la superficie dei fiumi che scorrono, apparentemente intatti, qualcosa si è rotto nel profondo. Le grandi migrazioni che per migliaia di anni hanno percorso i corridoi fluviali del pianeta si stanno spegnendo nel silenzio generale. «Abbiamo migrazioni che in termini di biomassa competono con le grandi migrazioni attraverso il Serengeti», ha spiegato Zeb Hogan, biologo dell’Università del Nevada Reno e autore principale del Global Assessment of Migratory Freshwater Fishes, raccontando che: «La stessa cosa sta accadendo sott’acqua e potresti stare sulla riva del fiume e non sapere che sta accadendo». Presentato in Brasile alla COP15 della Convenzione ONU sulle specie migratorie, si tratta del rapporto [1] più completo mai redatto sullo stato dei pesci migratori d’acqua dolce. E purtroppo, racconta quasi esclusivamente cattive notizie.
Il dato centrale non lascia spazio all’ambiguità: dall’1970 a oggi le popolazioni globali di pesci migratori d’acqua dolce sono diminuite di circa l’81%. Il 97% delle 58 specie già elencate nella Convenzione ONU sono classificate come minacciate di estinzione. La valutazione ha analizzato i dati di quasi 15mila specie e ne ha identificate 325 che necessitano con urgenza di azioni di conservazione internazionale coordinate. Le cause sono note, ma la loro combinazione è letale: dighe, frammentazione degli habitat, inquinamento, pesca eccessiva, alterazioni del regime idrico per effetto dei cambiamenti climatici. Un pesce migratore non può adattarsi a un fiume interrotto: o lo percorre per intero, o non porta a termine il proprio ciclo vitale.
L’Europa non è fuori da questa storia
Il calo più catastrofico si registra in Sud America e Caraibi, dove le popolazioni sono precipitate del 91%. Ma l’Europa non è uno spettatore esterno: il declino qui sfiora il 75%. Il Danubio è tra i bacini prioritari identificati dal rapporto, insieme all’Amazzonia, al Mekong e al Nilo. Lo storione beluga deve fronteggiare dighe e bracconaggio lungo la sua rotta migratoria verso il Mar Caspio. In Italia il Po, un tempo ricco di storioni e alose, ospita oggi popolazioni ridotte a fantasmi. L’anguilla europea (Anguilla anguilla), classificata come in pericolo critico dall’IUCN, ha subito un tracollo negli ultimi quarant’anni. A pesare su tutto questo ci sono le circa 1,2 milioni di barriere fisiche tra dighe, briglie, sbarramenti, che costellano i corsi d’acqua europei, rendendo impossibile il completamento di cicli vitali antichissimi.
Il rapporto sottolinea un punto sistematicamente ignorato dalla governance internazionale: i fiumi [2] non conoscono confini. Oltre 250 corsi d’acqua attraversano più Stati e quasi la metà della superficie terrestre ricade in bacini idrografici condivisi. Proteggere un tratto nazionale mentre quello a monte è sbarrato, equivale al fallimento.
Una crisi invisibile e qualche spiraglio
Parte del problema è percettivo. Un leone che scompare dalla savana fa notizia. Un pesce che smette di risalire un fiume non lo vede nessuno. Eppure le conseguenze sono concretissime: in Amazzonia, le specie migratorie rappresentano circa il 93% della pesca regionale, per un valore stimato di 436 milioni di dollari annui.
Invertire la rotta è difficile, ma i precedenti esistono. Le rimozioni di dighe in Europa e Nord America, oggi al centro del dibattito sul rewilding [3] fluviale, hanno già dimostrato di poter riaprire rotte migratorie che sembravano perdute per sempre. Il Brasile ha proposto alla COP15 un Piano d’azione multispecie per i pesci gatto migratori amazzonici (2026-2036), uno degli sforzi di conservazione più ambiziosi mai avanzati per la fauna ittica.
Il margine, però, si sta assottigliando. Il pesce remo cinese (Psephurus gladius) è stato dichiarato ufficialmente estinto nel 2022: prima specie elencata dalla CMS andata perduta per sempre. Non sarà l’ultima, se i fiumi continueranno a essere governati come infrastrutture anziché come ecosistemi vivi.