- L'INDIPENDENTE - https://www.lindipendente.online -

Caso Hannoun, crolla il castello dell’accusa: nel mirino la solidarietà ai palestinesi

La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio il provvedimento di arresto di Mohammad Hannoun, attivista palestinese 64enne in galera dallo scorso dicembre poiché accusato di essere al vertice della cellula italiana di Hamas. Sono state annullate con rinvio anche le ordinanze di custodia cautelare di altre tre persone che, per i presunti finanziamenti ad Hamas, erano rimaste in carcere, ovvero Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji. Le motivazioni della sentenza arriveranno entro trenta giorni. Un dato appare saliente: data la decisione degli ermellini, emerge come la documentazione fornita dai servizi segreti israeliani sul caso non sarebbe ritenuta utilizzabile come fonte di prove. Nel frattempo, nell’attesa di una nuova pronuncia del Tribunale Riesame di Genova, città in cui Hannoun viveva da oltre 40 anni, quest’ultimo rimarrà in carcere a Terni.

Il verdetto della Cassazione è arrivato ieri sera. Tutti gli indagati erano stati arrestati alla fine dello scorso anno, quando, sulla base di documenti provenienti per la maggior parte da Israele, erano stati accusati di veicolare fondi al gruppo palestinese Hamas. Smarcandosi dalla visione della Procura di Genova, secondo cui la fonte israeliana di tali informazioni non sarebbe anonima ma “anonimizzata”, nella memoria depositata prima della requisitoria i sostituti procuratori generali Lucia Odello e Paolo Sansonetti hanno messo nero su bianco che tali fonti sono «inutilizzabili» in quanto non riferite a un soggetto determinabile con «l’impossibilità di esaminare in contraddittorio l’autore della comunicazione». Una visione che, con tutta probabilità, è stata sposata dalla Cassazione. Già a fine gennaio il Riesame aveva messo in discussione [1] l’assunto più delicato dell’inchiesta, ovvero che materiale di intelligence militare israeliano raccolto in un contesto di guerra – la cosiddetta “battlefield evidence” -, possa diventare automaticamente prova processuale. In quella fase, i giudici avevano disposto la scarcerazione di tre dei sette arrestati nell’inchiesta, annullando le misure cautelari emesse il 27 dicembre precedente nei confronti di Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, Raed Al Salahat e Khalil Abu Deiah.

Per Mohammed Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia (API) e fondatore dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese (ABSPP), quello attuale costituisce il terzo procedimento nel quale si trova coinvolto con l’accusa di aver sostenuto, in un modo o nell’altro, il terrorismo. Le indagini precedenti si sono concluse in un nulla di fatto, mentre quelle attuali, come hanno dimostrato i loro recenti sviluppi, sembrano poggiare su un terreno molto scivoloso. La criminalizzazione [2] della solidarietà con il popolo palestinese è una carta che Israele ha cercato di giocarsi in più occasioni, con risultati scarsi, se non nulli. Dall’ottobre 2023, sono molteplici le occasioni in cui organizzazioni che operano a favore dei palestinesi sono state accusate da Tel Aviv di complicità con il terrorismo. Il governo israeliano ci ha provato con l’UNRWA, ma ci ha poi pensato l’ONU ha stroncare ogni accusa. Era stata anche diffusa la teoria secondo la quale gli ospedali di Gaza fossero in realtà basi terroristiche utilizzate da Hamas, anche questa non supportata da alcuna prova al riguardo. È successo anche con la Global Sumud Flotilla, che Israele ha accusato di avere legami diretto con Hamas: accuse mai dimostrate.

Avatar photo

Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.