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Iran, tregua di 15 giorni: Trump accetta le richieste iraniane come base della trattativa

La civiltà iraniana, che nelle minacce di Trump avrebbe dovuto [1] “morire” ieri notte “per non tornare mai più”, non solo è ancora in piedi, ma potrebbe apprestarsi ad infliggere agli Stati Uniti una sconfitta pressochè totale nell’ambito della guerra scatenata da Washington e dall’alleato israeliano poco più di un mese fa. Intorno alle sei e mezza di sera americane, un’ora e mezza prima dello scadere dell’ultimatum di Trump (il quarto dall’inizio della guerra), il presidente degli Stati Uniti ha annunciato [2] il raggiungimento di un accordo per una tregua di due settimane con il regime iraniano. La proposta in dieci punti dell’Iran per una pace definitiva, definita solo poche ore fa da Trump “non sufficiente”, è diventata per gli USA “una base praticabile su cui negoziare”. E da quanto trapelato in queste ore, il suo contenuto potrebbe segnare la completa disfatta di USA e Israele.

Il nodo centrale dei colloqui, mediati dal Pakistan, è la riapertura “completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz”. Dal momento che questa verrà messa in pratica, si procederà con una reciproca sospensione degli attacchi della durata di 15 giorni. Nelle parole di Trump, questo risultato è stato possibile in quanto “abbiamo già raggiunto e superato tuttigli obiettivi militari e siamo molto vicini a un accordo definitivo riguardante la pace a lungo termine con l’Iran e la pace in Medio Oriente”. Il periodo di due settimane, dunque, servirebbe a definire i dettagli dell’accordo, perchè “quasi tutti i vari punti di contesa del passato sono stati concordati”. La conferma dell’accordo è arrivata anche dal ministro degli Esteri iraniano, Seyed Abbas Araghchi, che in un post sui propri social ha confermato [3] che “se gli attacchi contro l’Iran saranno fermati, le nostre potenti forze armate cesseranno le loro operazioni di difesa”. In aggiunta, “per un periodo di due settimane, il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz sarà possibile previo coordinamento con le forze armate iraniane e con la dovuta considerazione delle limitazioni tecniche”. Trump tuttavia assicura: “restermo nei paraggi”, per assicurare che “tutto vada per il meglio”. E aggiunge: “Proprio come stiamo vivendo negli Stati Uniti, questa potrebbe essere l’Età dell’Oro per il Medio Oriente!!!”.

Una vittoria assoluta per gli USA, dunque. Peccato che, se si scende nel dettaglio del contenuto del piano in 10 punti avanzato dall’Iran e adottato dagli USA come base per i negoziati, le cose suonino leggermente differenti. Il Consiglio di Sicurezza iraniano, in un comunicato diffuso [4] dai media iraniani, sostiene che i punti fondamentali dell’accordo siano “il passaggio controllato attraverso lo Stretto di Hormuz”, che rimarrà sotto controllo iraniano, la fine della guerra contro tutte le sigle dell’Asse della Resistenza (con la conseguente “storica sconfitta per l’aggressione del regime israeliano assassino di bambini”), il completo ritiro delle truppe USA dalla regione, il “pieno risarcimento dell’Iran”, la revoca delle sanzioni e lo sblocco di tutti i beni iraniani congelati all’estero e infine “l’approvazione di tutte queste misure in una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza”. Due funzionari iraniani anonimi avrebbero inoltre riferito [5] al New York Times che l’Iran avrebbe imposto una tassa di due milioni di dollari per ogni nave che avesse attraversato Hormuz, da dividere con l’Oman – l’altro Paese che si affaccia sullo Stretto. Parte di quella cifra verrebbe impiegata dall’Iran come sorta di risarcimento per ricostruire le infrastrutture distrutte dagli attacchi di Washington.

Secondo [6] il Consiglio, dunque, gli Stati Uniti si trovano di fronte a una sconfitta “storica, innegabile e schiacciante”. Washington si sarebbe infatti trovata “costretta” ad accettare il piano in dieci punti dell’Iran, in base al quale “si è impegnata fondamentalmente alla non aggressione, al mantenimento del controllo dell’Iran sullo Stretto di Hormuz, all’accettazione dell’arricchimento, alla revoca di tutte le sanzioni primarie e secondarie, alla cessazione di tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e del Consiglio dei Governatori, al risarcimento all’Iran, al ritiro delle forze da combattimento statunitensi dalla regione e ad un cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso quello contro “l’eroica Resistenza Islamica Libanese”. Il Consiglio rivendica di aver “quasi completamente distrutto la macchina militare statunitense nella regione per questa guerra” e che già “a circa dieci giorni dopo l’inizio della guerra, il nemico si è reso conto che non sarebbe stato in alcun modo in grado di vincere” e che “per questo motivo ha iniziato a cercare contatto con l’Iran e a richiedere un cessate il fuoco attraverso vari canali e metodi”.

Quanto di tutto ciò verrà effettivamente messo in pratica nel corso di queste due settimane è da vedere. I colloqui cominceranno a Islamabad, Pakistan, il prossimo venerdì 10 aprile. Se le richieste dell’Iran fossero esaudite, la situazione per gli USA non si prospetterebbe esattamente una vittoria: di fatto, Washington si ritroverebbe ad aver materialmente ottenuto l’unico risultato il massacro di qualche migliaio di civili, oltre alla morte di decine dei suoi marines e l’obbligo di risarcire Teheran di tutti i danni causati, il tutto senza nemmeno portare a casa la fine del programma di arricchimento dell’uranio. D’altronde, nemmeno Israele sembra molto contento dell’annuncio dell’alleato: l’unico commento significativo pervenuto al momento è quello dell’ufficio del primo ministro, che in un lapidario [7] comunicato riferisce di sostenere la decisione degli USA, ma che la tregua “non include il Libano”. Nel frattempo, gli annunci di stanotte hanno fatto sprofondare [8] il prezzo del petrolio, che un’ora dopo l’annuncio di Trump è sceso sotto i 90 dollari a barile, per assestarsi al momento intorno ai 94 dollari.

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Valeria Casolaro

Classe 1991, prima di iniziare l’attività di giornalista ha lavorato nel campo delle migrazioni e della violenza di genere. Collabora con L'Indipendente dal 2021, occupandosi di diritti, migrazioni e movimenti sociali.