L’arrivo di Netflix aveva rappresentato originariamente una ventata d’aria fresca all’interno di un panorama dominato da TV commerciale e abbonamenti via cavo: un servizio streaming economico, privo di inserzioni pubblicitarie, facilmente accessibile e ricco di contenuti originali. Col tempo, però, l’equilibrio si è incrinato, soprattutto sul fronte tariffario, con rincari sempre più frequenti e, si è scoperto, non sempre legali. Una recente sentenza del Tribunale di Roma ha stabilito infatti che gli aumenti applicati tra il 2017 e il 2024 sono da considerarsi illegittimi, aprendo la strada a richieste di rimborso da parte degli abbonati di lunga data.
Il tribunale ha dunque accolto l’azione promossa [1] dall’Associazione Movimento Consumatori, e con una sentenza pubblicata il primo aprile ha imposto all’azienda di fare un mea culpa che ha il sottotono della gogna pubblica. Netflix dovrà comunicare con banner pop-up le sue passate scorrettezza sulla propria homepage, nonché è costretta a pubblicare a sue spese i contenuti della sentenza su Il Corriere della Sera e su Il Sole 24 ore. E deve farlo a caratteri cubitali, per due volte. Non solo, in un documento a parte, i giudici hanno accennato al fatto che “le somme corrisposte sulla base di clausole dichiarate nulle possono essere oggetto di restituzione”. Senza contare che i giudici hanno inoltre ordinato a Netflix una riduzione del prezzo attuale degli abbonamenti, riportandolo sostanzialmente ai livelli precedenti agli aumenti ritenuti illegittimi,
L’entità del risarcimento non é stata fissata, ma secondo le stime sviluppate dal Movimento Consumatori gli utenti più penalizzati – ovvero quelli rimasti fedeli ai piani “premium” per l’intero periodo 2017‑2024 – potrebbero ottenere fino a 500 euro. Roma non ha stabilito che il rimborso debba essere automatico, quindi a meno che Netflix non decida di muoversi spontaneamente, le vittime dovranno intervenire autonomamente per vedersi restituito il maltolto. In teoria, ogni singolo abbonato dovrebbe citare Netflix in giudizio, uno scenario tanto improbabile quanto sbilanciato, che evidenzia una disparità di potere talmente ovvia da risultare quasi superfluo sottolinearla.
Ed è qui che rientra in scena il Movimento Consumatori. Sul sito dell’associazione è stato pubblicato un modulo [2]attraverso cui gli utenti possono “manifestare interesse” per una futura class action. Un modulo che non ha ancora una funzione legale: serve piuttosto a concedere i propri dati in attesa di maggiori informazioni, con l’aggravante che, fa notare [3] Christian Bernieri de il Garante della Piracy, la gestione contrattuale della cessione delle informazioni é parecchio sciatta, se non addirittura torbida. Per il Movimento Consumatori, si tratta comunque di un primo passo per prepararsi eventualmente a dare il via a un’azione legale che, per ora, resta però puramente ipotetica. Molto dipenderà infatti dalle future mosse di Netflix: se deciderà di offrire un risarcimento volontario e congruo, oppure se sceglierà la via del silenzio, puntando a dilatare i tempi nella speranza di ridurre l’impatto economico. Considerando che l’azienda ha già annunciato ricorso, possiamo avere qualche indizio sulla direzione verso cui ci stiamo muovendo.
La reticenza di Netflix non va letta peró solamente in chiave economica. Il fulcro della sentenza del Tribunale di Roma non riguarda tanto l’entità degli aumenti, quanto il modo in cui questi sono stati introdotti: i giudici hanno annullato le clausole che permettevano modifiche unilaterali dei prezzi senza motivazione esplicita né adeguata trasparenza. Il caso, quindi, supera la mera questione monetaria e tocca il rapporto tra piattaforme digitali e utenti, sollevando interrogativi sulla qualità dell’informazione contrattuale nei servizi in abbonamento. Qualora l’appello dovesse confermare l’impostazione del Tribunale, il precedente potrebbe rafforzare la posizione dei consumatori anche in altri ambiti dello streaming e, più in generale, nei servizi digitali.